“Vocatus atque non vocatus deus aderit”
Invocato o meno, il Dio verra’ comunque.
“Timor dei initium sapientiae”.
Il terrore dato dal Dio è l’inizio della sapienza.
“Sì, il Dio sarà sul posto, ma in quale figura e a quale scopo?”
Carl Gustav Jung.
La nostra storia comincia sul monte Olimpo, dove un inferocito Apollo si reca nel palazzo di Eros e Thanatos, dipinto di rosso e di nero, per trattare con loro importanti questioni.
Incredibile a dirsi, li trova in un ampio salone intenti a pigiare i tasti di strane tastiere, collegate a ben più strambi video luminosi.
Sono vestiti di cuoio e di metallo e sfoggiano delle pettinature da ragazzacci cyberpunk.
Apollo, sapete bene quant’è bello e profumato e biondo: il solito perfettino, l’eterno primo della classe.

- Apollo -
- Buongiorno, fratelli terribili, che cosa state combinando così conciati? Sembrate degli inservienti alle fucine di Efesto…
- Buongiorno a te, caro Apollo, splendente forza solare! - lo saluta sensualmente Eros.
- Lascia stare i salamelecchi, sorella e ascoltatemi bene tutt’e due.
- Ehi, vacci piano con i tuoi soliti modi monoteistici e autoritari, che cosa vuoi da noi, Divino? - borbotta Thanatos con la sua voce cavernosa.
- Vengo subito al dunque. Come forse saprete (ma dubito), perché adesso state tutto il santo giorno incollati a quelle cose luminose, sono il Dio della Medicina e della Salute, e molti umani nei loro sacrifici si lamentano di voi. Mi dicono che li attirate in trappola, con le vostre irresistibili (per loro) lusinghe e con l’aiuto di quei “cosi”, come accidenti si chiamano…
- Computer, Apollo, computer…
- Grazie Eros. Allora mettiamo in chiaro subito la situazione: io rappresento per gli umani il Bene, il principio universale della conservazione della vita. Pertanto, la dovete smettere con i vostri giochetti, che finiscono invariabilmente con la distruzione di quei poveri esseri a due gambe. Altrimenti, mi vedo costretto a denunciarvi a Zeus!
- Apollo, vieni qui dai, perché non ti rilassi? - Eros si avvicina al biondo Divino e comincia a praticare dei sapienti massaggi sui suoi possenti pettorali.
- Caro il mio Febo, – continua Thanatos – si vede che te ne stai troppo in alto e distante e vai poco in giro per le strade polverose e fangose degli umani. Li osservi solo nelle funzioni religiose, quando gli umani sono truccati da bravi cittadini, conformisti quanto dissimulatori. Ascolta me ed Eros, che li frequentiamo più a fondo e vediamo cosa fanno una volta che si tolgono di dosso quelle ipocrite maschere sociali.
- Quando sono dietro le porte delle loro case, noi vediamo come
si comportano, perché siamo sempre con loro.
Ci sono simpatici, quegli animaletti, ci fanno divertire.
- Lo sai, no? E’ così tedioso essere immortali – aggiunge Eros.
- La protezione della vita, l’ideale del Bene, la ricerca del benessere,
non sono per niente ciò che orienta l’esistenza umana, mio Sole.
La loro tendenza primordiale non è la conservazione delle loro vite mortali,
ma è il godere senza limiti, la dissipazione; il desiderio di provare piacere
al di là di ogni principio razionale, sociale ed economico.
- Queste sono menzogne Thanatos! Bugie che servono per giustificare la
tua presenza sull’Olimpo!
- Calmati, Apollo. Tanto per cominciare, sono venuto nell’universo prima di te, insieme al primigenio Desiderio.
Ragiona, tu che sei il Dio del ragionamento: se l’uomo cercasse il Bene come dici, perché si rende schiavo del vino e di Dioniso?
Perché può mangiare fino a farsi scoppiare lo stomaco, fino a cadere nelle mie braccia?
Perché può rinunciare al cibo fino a morirne, se ostacolato nei suoi desideri?
Perché si sceglie come amanti persone che lo fanno soffrire e lo portano alla pazzia?
Perché l’ideale del Bene non è ciò che orienta la vita umana.

- Eros & Thanatos -
- Sofismi, sofismi, siete solo due ciarlatani di sofisti!
- C’è poi un’altra faccenda che vorrei ricordarti, bell’Apollo mio… -
Eros interviene nella discussione, avvicinandosi ad Apollo e strusciandosi
in modo felino sul suo corpo.
- Ti ricordo che Zeus, il giudice di tutti noi, il sommo legislatore, ha decretato che l’uomo è libero di scegliersi la compagnia del dio che più lo persuade e lo affascina.
Tu non puoi dire a noi come dobbiamo relazionarci con l’uomo e noi non possiamo dirlo a te.
E’ solo lui che può decidere con chi avere a che fare. Semplice, no?
- E detto questo – interviene Thanatos che ha preso l’aspetto di un enorme uomo barbuto – vorrei farti notare che di solito sceglie noi due…
Apollo s’infuria, anche se nulla traspare dal suo volto sereno, tranne forse un lieve tremolio della palpebra sinistra.
- Questa poi… e comunque succede perché l’uomo ignora che cosa sceglie. Se lo sapesse sceglierebbe me. O, potendo la sola Eros. Non certo te, Thanatos!
Eros si stacca da Thanatos e si avvicina ad Apollo, strofinandosigli addosso mentre Thanatos sogghigna.
- Davvero? – mugola Eros – no, mio caro Apollo, l’uomo sceglie noi, anche se sa perfettamente che cosa sceglie… anzi, proprio quando sa che cosa sceglie allora la sua scelta è più decisa, più netta…e sai che cosa ti dico?
A questo punto Eros si avvicina ad Apollo a tal punto da lambirgli l’orecchio con la punta della lingua.
- Penso che anche tu, potendo, sceglieresti noi due… ma sei un dio e
non hai facoltà di scelta, per questo sei sempre così di cattivo umore.
- Noi olimpici... - cerca di ribattere Apollo.
- Voi olimpici nulla avete potuto contro di noi, che eravamo prima di voi…
o credi che noi siamo qui grazie alla benevolenza di Zeus, anziché alla
sua impotenza? - interviene Thanatos – e adesso, caro Apollo, senza offesa,
ma quella è la porta.
Noi qui dobbiamo metterci al lavoro, e non abbiamo tempo da perdere con
i tuoi predicozzi. Tanti saluti ad Artemide, tua sorella.
- Siete una coppia di banditi maldicenti! Non finisce qua, la vedrete!
Era una questione di soldi (bella scoperta: è sempre una questione di soldi); per essere precisi, quelli della parcella dello psicologo. Il fatto era che questa faccenda dell’incubo ricorrente cominciava a essere una vera seccatura; anzi, per essere precisi (e ridalli! Non era una bella sindrome ossessivo / compulsiva, questa?) a essere fastidioso era che l’incubo ricorrente, se poi incubo era, non terminava.
Ora, uno dovrebbe essere felice di svegliarsi prima del terrificante epilogo delle proprie visioni notturne e, sotto ogni altro aspetto, Egidio era una persona comune. Quel dannato sogno, però, era tutto fuorché ordinario.
Cominciava con Egidio che, nudo, si trovava in un immenso biancore. Non c’era né sopra né sotto, né destra né sinistra, né alto né basso, né suolo né cielo: solo un candore infinito che si espandeva in ogni direzione – sempre supponendo che una direzione ci fosse – una pagina bianca grande quanto l’Universo e forse più e che racchiudeva l’eternità come i ghiacci del polo potrebbero imprigionare una macchia d’inchiostro.
Non c’era da aver paura (e, in effetti, Egidio non l’aveva, all’inizio, semmai un po’ di disagio).
Poi però arrivava il punto.
Un uomo adulto non dovrebbe aver paura di un punto (a ben guardare un ente matematico, un’entità adimensionale spaziale), ma il problema era che quel punto stava in mezzo all’eterno e all’infinto e, osservandolo, Egidio avvertiva, per la prima volta dall’inizio del sogno, di avere delle proporzioni, delle dimensioni così inadeguate che l’immensità nella quale si trovava, se fosse stata conscia della sua presenza (ammesso che vi fosse una coscienza, in quel bianco onnicomprensivo) l’avrebbe annullato, schiacciandolo come un punto nero sul viso di Dio.
L’unica salvezza era dirigersi verso quel punto, stabilire, rispetto a esso, le proprie proporzioni prima che la propria identità si dissolvesse nel tutto o nel nulla – secondo come si concepisse quel bianco.
Andare da qualche parte, se non esistono dimensioni, è tutt’altro che semplice e così Egidio cercava di concentrarsi sul punto, come se solo così facendo potesse dirigersi verso di esso; ma intanto il bianco lo circondava, lo premeva, diventava l’aria che respirava, l’unica cosa che i suoi occhi riuscissero a vedere, le orecchie a sentire, le mani ad afferrare… e a questo punto Egidio si svegliava.
E questa era la seconda stranezza. Per quanto ne sapeva ci si libera dagli incubi fuggendo da essi, non immergendovisi.
- Che cosa potrebbe significare, per lei, quel punto? - era l’unica domanda che, in pratica, lo psicologo gli aveva rivolto da tre sedute a questa parte. Un po’ troppo per la parcella, soprattutto se si considerava la definitiva precarietà che, ormai, le entrate di Egidio avevano assunto.
No. Il Dott. Ghirardelli gli stava spillando quattrini a vuoto, garantito.
E poi non ci voleva tutta ‘sta scienza per domande come quelle.
Egidio l’aveva capito subito, una volta che si era messo di buzzo buono a navigare in rete tra i siti di psichiatria e psicologia.
Il trucchetto delle domande, l’emersione dell’inconscio, il differente approccio tra freudiani e junghiani, ormai, lo padroneggiava a sufficienza.
Erano risposte quelle che cercava, adesso.
Per un po’ fu sicuro di averle trovate.
L’emersione dell’inconscio, l’inconscio che deve diventare conscio… quasi tutti i siti erano concordi che questo era l’obbiettivo della psicologia; certo, ce n’erano altri un po’ più complicati che lasciavano intendere che le cose non erano – o non fossero necessariamente – così, ma erano scritti in un modo talmente astruso e talmente riservato agli esperti (ai cosiddetti esperti, aggiungeva Egidio nella sua mente) che non era il caso di perderci sopra tempo e fatica.
Si mise d’impegno e, a furia di meditazione e di training autogeno e di corsi automotivazionali, giunse alla conclusione che, alla base di tutto, c’era un conflitto irrisolto dietro il quale si nascondeva il complesso di Edipo (da quanto aveva capito il complesso d’Edipo c’entrava con quasi tutto).
Arrivato lì, però, s’era fermato.
Il sogno iniziava sempre nello stesso (lui nudo in un mondo completamente bianco), proseguiva nello stesso modo (il minuscolo puntino) e finiva quasi nello stesso modo: lui che cercava di dirigersi con la mente fino al punto, ma che veniva sopraffatto dall’angoscia prima di arrivarvi.
Quel ch’era peggio, più s’intestardiva, più il senso di angoscia si faceva duraturo, fino a permanere anche dopo il risveglio ed a compromettere le residue ore di sonno, mettendo a rischio la sua lucidità e la sua resa lavorativa durante il giorno.
Era come se, nella sua mente, ci fosse un segnale d’allarme che, quando lui si avvicinava al punto, strillava “pericolo”, “pericolo” sempre più forte, fino a svegliarlo… e questo lo faceva impazzire.
Da un lato, Egidio avvertiva che la “salvezza” stava proprio nel raggiungere quel punto, dall’altro che, raggiungerlo, lo avrebbe esposto ad un rischio mortale o peggio.
Era – tutti i siti erano concordi – segno evidente che il suo io (o il suo es? Boh) gli poneva davanti la soluzione di un problema ancora da definire ed il suo es (o il suo io? Boh) gl’instillava quella paura che gl’impediva d’impadronirsi della soluzione.
La faccenda, da seccante, stava diventando grave, almeno in termini di ore di sonno perse, quando Egidio s’imbattè in un sito che descriveva il sogno lucido.
Era possibile, cioè, sognare e sapere di stare sognando (differentemente da quanto accadeva nella maggioranza dei casi). Non solo. Era possibile influire e determinare l’andamento del sogno, il che, nel suo caso, voleva dire raggiungere quel puntolino maledetto.
Balzato rapidamente dalla solita enciclopedia on line fino ad un sito più specializzato (con tanto di forum), Egidio s’impadronì ben presto delle tecniche necessarie per indurre il sogno.
In effetti, in capo a meno di una settimana, era in grado di poggiare la testa sul cuscino ed indurre l’incubo.
Domarlo… beh.
Cominciò a seguire i consigli più disparati; dal bere certe tisane (ma fu costretto a smettere ben presto perché lo costringevano ad alzarsi fin troppo spesso per andare al bagno), allo scrivere, appena sveglio, un resoconto del sogno (sempre lo stesso del resto: tanto valeva fotocopiare le pagine del taccuino).
Provò ad affidarsi, con frequenza sempre maggiore (e direttamente proporzionale all’aumentare dello sconforto) persino ai consigli degli altri utenti; ne trovò solo uno che gli suggerì che, forse, era meglio lasciar correre: non si sapeva molto né del cervello né del mondo dei sogni o dei mondi ulteriori, né vi era chi potesse dire, con certezza, quali Potenze vi dimorassero oltre a quelle che la nostra presunzione credeva d’indovinare.
Stava per mandare a quel paese quel pomposo fanfarone, quando un tizio gli suggerì d’invocare Morfeo.
Ah… adesso erano arrivati a fare pubblicità agli strizzacervelli?
Prima di proporre ai gestori del sito di bannare quel laido procacciatore d’affari, Egidio decise di vedere chi cavolo fosse questo Morfeo.

- Morfeo, il dio del Sonno, era raffigurato con grandi ali che battevano senza far rumore. Morfeo, nelle sue apparizioni notturne, prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. -
Quando seppe che si trattava del dio del sonno rimase sorpreso… tanto che per un attimo fu tentato di approfondire la conoscenza e decise che si sarebbe documentato meglio leggendo i fumetti di Neil Gaiman (i saggi sui Sogni, no, voleva farsi passare il mal di testa, non farselo venire).
Ora come ora (e, quanto all’ora, era mezzanotte passata) tanto valeva provare… sì, ma come s’invocava Morfeo?
Per un po’ Egidio stette lì, indeciso sul da farsi, ma, dopo aver consultato ben tre pagine web senza trovare nulla di interessante, riflettè che, dopotutto, Morfeo era un dio e quindi doveva essere abbastanza intelligente da comprendere una qualunque invocazione… e poi, fatto da non trascurare, mica esisteva.
- Mor - disse (meglio non mostrarsi troppo riverenti) - Mor, dammi una mano, va’ – mormorò, prima di poggiare la testa sul cuscino.

Il sogno cominciò come tutte le altre volte: il biancore universale, accecante e oppressivo, il minuscolo punto che appariva da qualche parte, l'insopprimibile angoscia che di lì a poco l'avrebbe sopraffatto costringendolo a svegliarsi...
E invece no.
Stavolta, dopo la comparsa del puntino, Egidio avvertì una sensazione nuova e solo qualche secondo dopo averla avvertita né poté determinare la natura.
Vento tra i capelli e sul viso, che soffiava contro di lui.
Era – Egidio lo comprese mentre una nuova, seconda impressione si affacciava alla sua mente – una sensazione di movimento e il suo cervello, non potendo tradurla in termini migliori, aveva fatto ricorso alla sensazione tattile che si prova muovendosi ad alta velocità.
Egidio non era sicuro che potesse esserci vento, lì dove si trovava; se per questo non era neppure certo di potersi muovere, non in senso fisico, almeno, ma non c'era tempo di analizzare la situazione.
Quello che ora, a parte il vento in faccia, percepiva, era la netta sensazione che il puntino, che tanto lo aveva ossessionato nelle notti precedenti, fino a togliergli il sonno, non era più un puntino, ma un punto, anzi una macchia di dimensioni ben definite o definibili ed una sagoma ben precisa.
Era lì che si stava muovendo, ora, e il fatto che fosse in una dimensione onirica, o forse mitica (almeno gli suggerì così una parte della sua mente, la stessa che, probabilmente, gli gridava in continuazione “pericolo, pericolo”) non diminuiva affatto la realtà della percezione, anzi, forse, in qualche strano modo, l'acuiva, proprio come erano acuiti i sensi di certi personaggi di Poe nei racconti che aveva letto da ragazzo.
Era come se, in qualche modo, in quello strano spazio adimensionale, la sua mente avesse più poteri, più capacità, di quanto non accadesse nella vita che era abituato a considerare normale.
Se così non fosse stato, difficilmente avrebbe potuto sostenere lo shock derivante dalla scoperta, graduale, ma non sufficientemente graduale della natura del puntino.
Aveva bordi non del tutto regolari e una superficie non del tutto liscia.
Non era neppure un punto, a dirla tutta, ma piuttosto una struttura non perfettamente circolare di colore scuro, vagamente bruno o rosato, al centro della quale svettava un oggetto simile ad un rozzo, smussato pinnacolo.
Insomma, per quanto assurdo, sorprendente potesse essere, l'oggetto che tanto l'aveva angustiato negli ultimi mesi e che, sepolto in quel biancore universale, l'aveva condotto in una zona pericolosamente vicina alla pazzia, altro non era che un capezzolo.

Il dolore alla parte bassa della schiena, conseguenza fin troppo prosaica della caduta dal letto, lo riportò alla realtà.
Si accorse di tremare come una foglia e, con fatica, aggrappandosi alle coperte, cercò di riguadagnare il letto.
- E' finita - ( gli suggerì una voce nella sua testa) – la stessa che gli gridava pericolo, pericolo.
Egidio si alzò faticosamente in piedi, avvertendo la familiare sensazione che ci coglie quando, pur essendo ancora l'incubo ben presente nella nostra mente, già abbiamo la netta sensazione che, ben presto, giusto il tempo di bersi un paio di bicchieri d'acqua, il terrore passerà.
- È finita – ( ripetè la voce e, anche se, a ben guardare, poteva essere un'affermazione ambigua, Egidio ebbe la totale, immediata certezza, che era così. L'incubo non sarebbe più tornato).
Oh, certo, avrebbe percorso buona parte dei giorni a venire domandandosi da dove giungesse la visione di quel capezzolo (forse Edipo c'entrava qualcosa, dopotutto), ma il sogno, come tale, non l'avrebbe più tormentato.
- Saranno i tuoi giorni ad essere tormentati, piuttosto – ( gli disse la ben nota voce) – finche non lo troverai... non lo troverai in quella che ti ostini a chiamare realtà.
Egidio avrebbe chiesto ben volentieri a quella misteriosa voce che cosa significassero quelle parole, ma, dopo quella strana … profezia? Non l'avrebbe udita mai più.
Era finita, dopotutto.
Quattro mesi dopo la straniante visione del capezzolo, Egidio si trova, agli inizi dell’estate, nei rilassanti giardini della piscina comunale del suo paese.
Mentre sorseggia un’aranciata amara su una sedia di plastica, nota davanti a lui un’avvenente signora dai capelli ramati che si crogiola al sole, coperta solo da uno strettissimo due pezzi.
Si è addormentata e un capezzolo le sfugge dall’elemento superiore del bikini, ingrossandosi lentamente, in virtù dell’azione dei raggi solari.
Egidio assiste a quello spettacolo casuale come ad un evento mistico, un’epifania della carne e nel contempo una profetica realizzazione del suo sogno.
Il sangue gli scorre in circolo, pulsante e veloce.
Un uomo muscoloso e barbuto si avvicina alla splendida donna e si siede nella sdraio vicina, aprendo un giornale.
Anche lui decide di coprire il suo sguardo indiscreto e indecente con una rivista e inforcando gli occhiali da sole.
Non riesce a distogliere la sua visuale da quel piccolo dio bruno, turgido, imperlato da un piccola gocciolina di sudore.
Egidio, il giorno dopo assume un investigatore privato e in breve tempo viene a sapere il suo nome (Elettra), l’indirizzo, il numero di cellulare e la e-mail.
Riesce anche a scoprire i siti che frequenta e decide di agganciarla in un forum letterario dove Elettra, coperta dal nick Eros&Thanatos, scrive delle eccitanti poesie erotiche.
S’iscrive anche lui col nick GiovanniDon666 e l’abborda in chat:
- Ciao Eros, sono Giovanni, dov’è Thanatos? Spero il più lontano possibile, ahahhaha!
- E’ in giro, ha sempre tanto da fare e mi lascia sempre da sola. Sapessi come mi annoio.
Sono costretta a immaginarmi nelle poesie, quelle delizie che nessuno mi
vuole donare.
Ti piace la lirica erotica, Giovanni?
Da quel favorevole momento Egidio prende a martellarla con la chat, i messaggi privati e gli SMS sul cellulare, e dopo un paio di giorni riceve un invito a cena.
Il suo nome è Elettra e non Eros ( Egidio lo sa già) e suo marito Thanatos si chiama Aiace ( anche questo è noto), e come al solito, sarà via per lavoro.
- Egidio, non penserai male di me, vero? Non sto forzando troppo i tempi?
- No, Elettra, è quello che ho sempre voluto, da quando sono nato.
La cena a lume di candela è stata davvero un evento speciale.
Lei, fasciata in un aderente e attillato vestito rosso fiamma, comincia a baciarlo avidamente, mentre lo stereo accompagna la loro passione con un sensuale “Smooth operator” di Sade.
Le loro mani stanno cercandosi e rovistandosi in ogni angolo.
Lei s’inginocchia davanti a lui e comincia a slacciargli, impiegando tempi lenti quanto sapienti, la cintura dei pantaloni.
Una possente erezione possiede l’intero corpo di Egidio.
Lei ora giochicchia con la lampo dei pantaloni, dove i dentini stanno per sganciarsi sollecitati dalla troppa tensione.
Egidio la guarda in estasi, col pensiero fisso, sempre rivolto al momento di gioia suprema, quando riuscirà finalmente a contemplare i suoi capezzoli.
Lei di scatto si alza in piedi e si porta l’indice sulle labbra:
- Ora tu resti fermo qua, e non ti muovi fino a quando non te lo dico io.

Flessuosa come una gatta in amore, Elettra si dirige verso il divano del salotto.
Si gira verso Egidio e con una rapida mossa si libera del vestito.
Sotto è completamente nuda e questo Egidio lo aveva già ben intuito durante quella serata eccitante.
Vede i suoi capezzoli che puntano dritti verso di lui e sente il suo membro che sta per esplodere di pura gioia seminale.
Lei si rigira e si mette sul divano col sedere all’aria.
- Ti piace la posizione “ More ferarum” Egidio? Ti piace farlo come lo fanno gli animali?
Mente sta per disobbedire al suo comando, a ogni ordine e a ogni Autorità, per calare su di lei come un’aquila affamata di preda, sente un “click” dietro la sua nuca.
Sente sulla nuca la fredda canna di una grossa pistola automatica, dal cane armato.

Una terribile, enorme mano guantata di nero pelle, lo prende facendogli male la spalla destra e un vocione noto lo terrorizza a morte:
- E bravo il nostro Egidio, vuoi scoparti mia moglie, eh?
- Senta signor Aiace, non sia impulsivo, possiamo parlarne da uomini civili e pacifici.
- Ah, ah, ah, oltre che uno stronzo sei anche un comico, ma bene, davvero divertente.
Hai messo mia moglie alla pecorina su un divano per infiocchettarla e mi
parli di civiltà e di onestà? Elettra, ma dove l’hai trovato questo coglione? Ahahhahahha!
Aiace prorompe in una orribile risata a metà tra Bud Spencer e Polifemo con la gola imbrattata dei cervelli dei compagni d’Ulisse, mentre comincia e tirare i capelli di Egidio.
Il suo cuoio capelluto esplode in migliaia di atroci dolori, trafitto da migliaia di spilli incandescenti.
- Ti piace scherzare vero, pezzo di merda? Adesso ti suggerisco io un bel gioco erotico: allora, scegli, prendi Elettra alla pecorina e te la trombi quanto vuoi e fino a quando resisti e poi ti faccio esplodere il cervello, oppure ti inginocchi, mi lecchi le suola delle scarpe da verme quale sei e te ne vai sano e salvo e non ti fai più vedere.
Hai dieci secondi per scegliere: meno dieci, nove, otto, sette…
- Ho scelto signor Aiace, voglio far l’amore con Elettra!
- Sei un duro, eh? Avanti, andiamo, lei ti aspetta e sei già pronta, vero amore? Un’altra testa di cazzo ti esploderà sulla schiena, lo so quanto ti piace, maialina! Un altro cranio sfondato per la tua collezione, gattina!
Elettra si dimena oscenamente sul divano:
- Dai amore, portami qua quel cretino e ammazzalo come un cane mentre vengo! E poi decapitagli quella testa di cazzo esplosa!
Aiace lo spinge senza complimenti verso Elettra ed Egidio scopre che la rischiosa situazione ha reso la sua voglia e la sua erezione ancor più vigorosa.
Si toglie i pantaloni, preso da una foga incontenibile e prende Elettra all’istante.
Comincia a muoversi dentro di lei come un indemoniato, sudando copiosamente e mugugnando dal piacere come una scimmia, mentre Aiace lo tiene sempre ben saldo per la capigliatura.
Lei danza intorno al suo membro con un ritmo circolare e sussultante che esalta la sua estasi all’inverosimile.
Poi, all’apice del piacere Egidio viene. Schizza il suo seme nel corpo di Elettra, urlando come una belva ferita, mentre stringe i suoi capezzoli eccitati.
Un colpo di pistola parte e schianta il lampadario del salotto.
Elettra gode: il suo corpo sussulta come un terremoto, mentre emette dei gridolini convulsi come una posseduta.
Aiace lascia la pistola e con pochi, decisi colpi si masturba e viene sulla schiena di Elettra, il volto scolpito nella digrignante, paurosa smorfia del Desiderio.