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ilMoscone L' Arte è autoespansione, la massificazione è alieNazione.
CULTURA
15 maggio 2012
IL COLLASSO DELL’EDITORIA LIBRARIA ITALIANA: CRONACA DI UN’AGONIA ANNUNCIATA

- Vestirmi meglio? Perdere Peso? Ma piuttosto, tu, perchè non vai a fare in culo? -

Una decina di anni fa, mi presento a un colloquio di lavoro presso un noto megastore di Milano, per essere assunto come commesso.

Il mio sogno sarebbe fare il libraio, consigliare con la mia passione viscerale per la lettura altri lettori, ma le piccole librerie stanno chiudendo una dopo l’altra e devo anch’io accettare quella mutazione per cercare di entrare in questi trionfanti megastore, per cercare di essere dentro il meccanismo dell’industria culturale.
La prova finisce in modo tragicomico:
“ Guardi Signor B., lei è molto preparato e animato da una grande e sincera passione, ma se la assumiamo deve imparare a vestirsi meglio e deve cercare di perdere almeno un cinque/dieci chili”.
Vestirmi meglio? Perdere cinque/dieci chili?
Purtroppo nella vita di ogni giorno, parto sempre con un handicap: le mie espressioni facciali sono autonome dalla mia volontà.
In quel mentre, un enorme VAFFANCULO! si dipinse sul mio volto.
Non fui assunto e proprio quel giorno comprai il mio primo computer e inventai il mio nickname da battaglia: il Moscone.
Da quel radioso giorno cominciai la mia lotta contro quell’industria culturale, falsa e gretta e massificante.
Dieci anni dopo, gongolo leggendo l’attendibile statistica dell’Istat che fotografa la tragica situazione di quella miserabile editoria: in Italia si sono volatilizzati settecentomila lettori, e molti di questi sono quelli definiti “forti”, quelli cioè che acquistano più di dieci libri l’anno.
Quei megastore che mi hanno consigliato il frac e la dieta stanno scomparendo come degli scarafaggi della Papuasia in estinzione.
Le cause io le conosco già da dieci anni.
I megastore hanno inondato le librerie con migliaia di volumi, di solito pessimi, solo per fare profitto.
Il libro del calciatore semianalfabeta, della presentatrice televisiva che discetta di ricette di cucina e si fa servire il pranzo dai servi filippini; la rockstar ex ribelle ed ex fuori dal Sistema che c’insegna quant’è bello genufletterci davanti ai padroni e ai preti, il caso umano guarito da terrificanti malattie tropicali e ridotto in fin di vita da una banale emorroide.
Tutta questa diarrea cartacea si è riversata su di noi in questi anni dell’orrore assoluto, del Crimine Perfetto contro lo Spirito umano, aiutata dagli Editori e da editors senza scrupoli che hanno fatto di tutto per tentare di omogeneizzare lo scrittore ai suoi lettori, trasformandolo in un ignobile cane da passeggio che scodinzola nei salotti televisivi stile Fazio, applaudito senza contradittorio per ogni cagata che dice.
Eliminati i grandi librai di una volta, hanno abolito il lavoro sul territorio per dedicarsi a creare pagliacci e fantasmi di carta, senza fondamenta e preparazione.
Risultato? Milioni di copie invendute giacciono ammuffite e tarlate nei loro magazzini; i loro cosiddetti “ Autori V.I.P”, secondo documentate statistiche, sono letti molto, ma molto meno di un qualsiasi blogger.
Quello che sta succedendo in politica, grazie al modernissimo movimento Cinque Stelle di Grillo, sta succedendo nell’editoria e nell’industria culturale:
IL LETTORE SE NE FREGA DEI VOSTRI MARKETING, GRAZIE AL WEB.
Eh eh eh, cari Direttori dei megastore, al posti di preoccuparvi di come il Moscone si veste o mangia, dovevate preoccuparvi dei vostri errori.
Avete voluto trasformare i lettori in clienti, propinato loro dei commessi avvenenti e con un filo di tette fuori dal busto, ma senza alcuna passione per le lettere. Quando chiedi lumi per l’acquisto d’un libro, cominciano a smanettare sul p.c. senza nemmeno guardarti e limitando la loro conversazione a un: “arriva tra tre giorni, lo prenoto? “
Ahahahhahaha! IL LETTORE SE NE FREGA dei vostri commessi modelli e dei vostri gadgets ridicoli per bimbi della materna: i quadernucci griffati, le pennette, i maccheroni, i posterini, le borsette da spiaggia, i goldoncini in kevlar…
Quei settecentomila lettori (in continuo aumento) che avete perso, non si fanno prendere per il culo, cari megastore e vi fottono con il Web, con Amazon, con i forum letterari, col passaparola, con e-bay e in mille altri modi che nemmeno vi sognate, ignoranti come siete: VOI SIETE MORTI e il Moscone ha vinto!
Con i suoi sciatti vestiti da freak e le sue cinture dell’amore!
Ora state provando a far cassa agitando le escort dell’autoeditoria a pagamento, ma il Moscone ha colpito anche lì! Ahahhahah…in sette anni ho convinto circa mille persone a non pubblicare col selfpublishing che a loro volta ne hanno convinte altre mille e che a loro volta…
Sì, megastore e Autori V.I.P e editors omogenizzati al tacchino nano che andate a farvi incensare e applaudire nei salotti televisivi, il tempo del Moscone sta per venire… il tempo del Lettore che assisterà trionfante alla morte del Cliente/Consumatore.



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CULTURA
14 maggio 2012
ATLANTIDE


“ La ricerca di Atlantide colpisce le corde più profonde del cuore per il senso della malinconica perdita di una cosa meravigliosa, una perfezione felice che un tempo apparteneva al genere umano.
E così risveglia quella speranza che quasi tutti noi portiamo dentro: la speranza tante volte accarezzata e tante volte delusa che certamente chissà dove, chissà quando, possa esistere una terra di pace e abbondanza, di bellezza e giustizia, dove noi, da quelle misere creature che siamo, potremmo essere felici…”

L. Sprague De Camp.

Molto tempo fa, viveva a Napoli un giovane pescatore chiamato Ciro Frungillo. Un giorno, quando Ciro tornò sulla costa dopo la pesca, vide un gruppo di bambini che maltrattavano una testuggine di mare.
Preoccupato per la tartaruga, disse ai bambini :
Sentite, ragazzi, non siate cattivi con la tartaruga, è ancora piccola. Se la lascerete stare, vi darò questi pesci.
Così, Ciro salvò la tartaruga dai bambini malvagi, dando loro in cambio i pesci che aveva preso quel giorno e disse alla tartaruga :
- Adesso va tutto bene. Dovresti tornare in fretta a casa. - e la portò in acqua.

Diversi giorni dopo, mentre Ciro stava pescando sulla sua barca, sentì una voce che diceva:
- Signor Ciro, Signor Ciro!

Si girò e vide una grossa tartaruga accanto alla barca.
- Io sono la madre della tartaruga che hai salvato. Per ringraziarti, vorrei portarti ad Atlantide, nel Palazzo di Poseidone, il Dio dei mari in cambio della tua gentilezza. Prego, sali sulla mia schiena . - disse la tartaruga.
- Mi porterà al Palazzo del Dio dei Mari, ad Atlantide? Uè, sembra interessante. Sarà una pazzia ma preferisco pensare che ci sia qualcosa di bello e strano che non conosco ancora e che riuscirà a sorprendere questa noiosa realtà spietata della fatica della pesca, dalla quale non riesco a liberarmi .- disse Ciro, salendo sul dorso della tartaruga.
Così, la tartaruga scese sempre più giù nel mare. Discendendo, a un certo punto apparve un grande Palazzo nel fondo del mare, circondato da quattro grandi templi.

- Questa è la città di Atlantide - disse la tartaruga.
- La metropoli subacquea come vedi, ha una forma circolare, del diametro di circa una ventina di chilometri, con al centro appunto una collina con la reggia del Re del Mare.
Attorno a questo colle ci sono due anelli di terra e tre di acqua che formano una cittadella rotonda. Gli anelli sono collegati da ponti e gallerie che permettono il passaggio delle navi sottomarine.
Sull’isola centrale, si trova sulla collina il Palazzo Reale, dedicato a Clito, moglie di Poseidone, circondato da mura di un metallo, sconosciuto a voi umani, chiamato Oricalco.
Come puoi osservare gli abitanti sono alti, ricchi e atletici e il loro sangue è blu e dona alla loro pelle un caratteristico colore violetto. Possiedono una tecnologia molto avanzata capace di generare illimitate quantità di energia. Grazie a speciali cristalli possono controllare il clima e curare ogni malattia. La vita media di un abitante di Atlantide è di circa ottocento anni.

Ecco, Ciro, c’è una persona che ti sta aspettando.
Davanti al cancello, c’era una principessa circondata da tantissime creature del mare profondo.
- Benvenuto, signor Ciro. Grazie mille per aver salvato la nostra tartaruga. Prego, entrate. - disse la bella principessa.

Ciro fu accompagnato in una grande stanza decorata d’avorio e oricalco, dove fu festeggiato e intrattenuto dai balli e dai lauti banchetti offerti dalle creature marine e dagli Atlantidei dalla pelle viola.
Così, Ciro Frungillo trascorse molto tempo in Atlantide.
Era così piacevole, che non si curò dei giorni che rimaneva lì.
Una notte, sognò il suo paese vicino a Napoli.
Nel suo sogno, la madre e il padre stavano rammendando le reti da pesca e ciò gli fece venire nostalgia di casa. Ciro, andò dalla principessa e le disse :
- Sono stato qui per sette giorni. Credo che sia ora di tornare a casa. Grazie per la vostra ospitalità e di tutte le meraviglie che mi avete donato.
- Caro Ciro, prima che parti devo confessarti che mi sono innamorata di te. Vorrei che tu rimanessi qui per sempre. Ti prego, accetta questo scrigno d’oricalco come ricordo e fai attenzione a non aprirlo mai. - disse la principessa. –
- Sarebbe la fine del nostro amore e una grande catastrofe annienterebbe Atlantide.

- Vabbuò, non vi preoccupate, Principessa. Voglio solo rivedere mamma e papà e poi torno da voi, iamm…
Ciro ringraziò per il regalo, e ritornò a casa in groppa alla tartaruga. Quando arrivò alla spiaggia, Ciro si guardò intorno e capì che c’era qualcosa che non andava.
Era la spiaggia del suo paese, non c’era dubbio, e anche le montagne intorno erano le stesse, ma… le strade e le case e le persone erano tutte diverse. Rivolse la parola a un passante :
- Mi scusi. Sono Ciro Frungillo. Sapete dov’è la via che porta alla mia casa?
- Frungillo Ciro? Non conosco nessuno con quel nome. Ah, aspetta, credo di aver sentito di un giovane con un nome del genere che era caduto in mare cento anni fa, senza mai uscirne. - disse l’uomo.
- Maronna mia, comincio a capire, i sette giorni spesi nel Palazzo del Dio del Mare, in Atlantide, devono corrispondere a cento anni qui, sulla superficie. - pensò Ciro. – Che ‘azz ’e guaio!

Non sapeva più cosa fare. Sconsolato, s’inginocchiò sulla spiaggia. Gli era rimasto come unico avere lo scrigno d’oricalco della Principessa.
- Ormai non più niente da perdere. Iamm, aprirò questo scrigno.

Aprì la scatola, dimenticando il monito e il pericolo annunciatogli dalla Principessa.
Subito uscì del fumo bianco dalla scatola, accompagnato dal suono della risacca. Ricoperti dal fumo, i capelli e i baffi di Ciro diventarono di colpo grigi e lui di colpo divenne un uomo vecchio di cent’anni.

Sotto il mare, in un giorno e in una notte avvenne la distruzione di Atlantide.
Il Palazzo del Re del Mare con le sue sette colonne raffiguranti delfini alati, le statue d’oro, d’avorio e oricalco; la grande città sott’acqua fatta di anelli e ponti e vascelli sottomarini e i suoi forti abitanti dalla pelle viola… e i cristalli magici, fonti di possenti energie propulsive e terapeutiche: tutto svanì nel profondo Oceano.




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CULTURA
9 maggio 2012
IL MARCHIO DI CAINO

“ Perché ci lamentiamo del peccato originale?
Non a causa sua siamo stati cacciati dal paradiso, ma a causa dell’Albero della Vita, perché non ne mangiassimo i frutti.
Noi non siamo nell’errore e nell’errare soltanto perché abbiamo mangiato dell’Albero della Conoscenza, ma anche perché non abbiamo ancora mangiato dall’Albero della Vita. Peccaminoso è lo stato in cui ci troviamo, indipendentemente dalla colpa tramandata.”

Franz Kafka, aforismi di Zurau.

Migliaia di anni fa, un pastore d’asini e di pecore di nome Caino, sta risalendo la collina di Gavrinis, situata ai confini dell’Europa occidentale.
L’estate è all’inizio e fa caldo.
Caino si asciuga il sudore della fronte e nota senza stupore che la sua mano è imperlata di goccioline di sangue.
Sulla fronte ha una strana ferita che ogni sera si riapre e spurga, un marchio non rimarginato che rappresenta un grande albero rigoglioso e ricco di fronde e foglie.

Caino è figlio di Adamo, il primo uomo e Adamo è stato creato da YHWH il Supremo, colui che non può essere nominato se non con quattro consonanti.
Caino è quindi il primo uomo nato da donna, con un ombelico.

Sua madre Lilith, lo sta aspettando in cima alla collina, nel sacrario di pietra conosciuto come il tumulo di Gavrinis.


La sua struttura è semplice, ma così resistente ed efficace da stare in piedi da migliaia di anni: un ammasso circolare di pietre sovrapposte con al centro un lungo corridoio realizzato con molte lastre di pietra, messe a casetta.
Poi tutto il santuario è stato ricoperto di terra.

Le lastre di pietra che sorreggono il lungo corridoio sono decorate con tante linee a onda, delle grandi U accavallate una sull’altra che lasciano intravedere al loro interno delle spirali, dei serpenti, degli archi e delle frecce, dei falcetti, delle asce e tanti simboli misteriosi.
C’è poi una lastra con un buco, scavato dall’umidità nella roccia, con tre anelli davanti, che fa da anticamera alla stanza di roccia posta alla fine del corridoio.

- Vieni Caino, figlio mio, ti stavo aspettando. Il fuoco sacro mi aveva già avvisato del tuo arrivo.

Lilith, la madre di Caino, lo sta aspettando avvolta in una candida veste bianca, seduta su un blocco di granito, foderato di pelli capra.
Alle sue spalle si nota un altro misterioso graffito nella pietra: una forma femminile, molto stilizzata, composta di una serie di onde, di U sovrapposte una sull’altra fino a formare una grande figura con un picciolo posto sopra la testa; sembra una donna coperta da un velo leggiadro.
Nell’intrico delle linee ondivaghe s’intravedono occhi, seni, collane, bambini e cuccioli.
Lei è Eva, la madre di Lilith, la Signora della Fertilità: da lei dipendono la fecondità dei campi e delle donne, i raccolti e le forti braccia adatte per mieterli e farne nutrimento per gli uomini.

Lilith, la compagna di Adamo è la sorella dell’Angelo ribelle Shamael, il veleno di YYWH, il potente stregone che le ha insegnato tutti i principi della magia nera e bianca.
Adamo, Lilith, Shamael e tutti gli altri Angeli sono stati creati dalla polvere e dal fango, dallo sterco e dall’argilla, cui l’innominabile YHWH ha insufflato il suo Spirito che ha voluto Libero.

- Lilith, madre, ho cercato inutilmente una via per rientrare nel “Al Jannah Al Adn”, il Giardino Perduto, da dove siamo stati cacciati con l’inganno.
- Vieni figlio, avvicinati a me, la tua ferita sta sanguinando, siamo vicini al tramonto.

Caino si siede vicino a Lilith e si sdraia, appoggiando la sua nuca sul suo grembo. Dolcemente la madre scosta la sua lunga chioma di capelli ramati e comincia ad accarezzare la fronte sanguinante del figlio nomade.
Lentamente il sangue si rapprende e la ferita si rimargina e comincia a fiorire.
Il marchio dell’albero si trasforma magicamente in un profumato iris viola.

- Madre, sono stanco di cercare. L’Eden è sbarrato dal Cherubino con la spada fiammeggiante; ho cercato di fare il giro del mondo intero per cercare di penetrare da un sentiero segreto, dietro l’Eden; ma anche là ho trovato l’Arcangelo Gabriele, armato di spada di fuoco e son dovuto arretrare, ustionato e dolorante.
- Riposati Caino, accetta il nostro Destino, fai respirare il tuo cuore.
Non riusciremo mai a mangiare del frutto di Etza Ha’yim, l’Albero della Vita.
Gli esseri umani, i nostri discendenti, sono convinti che siamo stati cacciati dall’Eden perché abbiamo mangiato il frutto dell’Albero della conoscenza del bene e del male.
Ma questa è solo un’illusione.
Non è stata quella la nostra colpa.
Il nostro errore sta nel non aver ancora mangiato dell’Albero della Vita.
La cacciata dal Paradiso è stata solo un pretesto per impedirci di avvicinarci a Etza Ha’yim.

Noi tutti siamo nella caduta perché quell’espulsione ci ha reso incapaci di compiere il sacro gesto: mangiare dell’Albero della Vita.
- Ricordi Lilith, YHWH insufflò nell’argilla che ci forma il Libero Spirito, per poi proibirci la degustazione del frutto dell’Albero della vita e di quello della Conoscenza del bene e del male.
Tu allora madre, consigliata e aiutata da tuo fratello Shamael, il Serpente, l’Angelo ribelle detto “il veleno di YHWH”, ti ribellasti.
Non volevi diventare una serva sciocca, dotata di una libertà d’esperienza che non potevi vivere, sminuita da tutte le proibizioni di YHWH.
Mangiaste il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza e ve ne andaste dall’Eden per stabilirvi, con Adamo, (quel codardo di mio padre che continuava a insultarti per il tuo atto di sedizione) sulle rive del Mar Rosso.
Poi Shamael, grazie ai suoi occulti poteri, venne a scoprire che il vero piano di YHWH era stato quello di cacciarvi dall’Eden, spingendovi a mangiare il frutto della Conoscenza del bene e il male, affinché non mangiaste il frutto dell’Albero della Vita che vi avrebbe reso Eterni come bambini divini.
Tu e tuo fratello Shamel cercaste di rientrare nel Giardino Perduto ma lo trovaste sbarrato dai Cherubini e dagli Arcangeli con le spade fiammeggianti.
Adamo non vi volle mai aiutare, quel bigotto, e faceva di tutto per ostacolarvi, soddisfatto delle sue pecore, dei suoi aridi campi di miglio e dei suoi ridicoli fumi di sacrificio a YHWH.
Poi siamo nati Abele ed io; io presi tutto da te e da Shamael e Abele da Adamo.

Io divenni Caino, il diseredato, colui che uccise suo fratello Abele, accidentalmente, perché continuava a volermi ostacolare (come faceva mio padre Adamo) nella ricerca dell’Eden.
Mentre stavo per partire alla volta del “Al Jannah Al Adn”, quel servo muto di Abele mi volle legare una corda alla caviglia per non farmi partire e io lo spinsi per terra.
Cadde male e batté la testa su una pietra morendo sul colpo.
YHWH mi fece un terribile predicozzo ma anch’io mi ribellai all’Innominabile e strinsi un’alleanza con gli Angeli caduti come Shamael, che mi rivelarono sentieri occulti per ritornare nell’Eden.
E fino ad ora, per questo ho vissuto, Lilith, per restituirti il Giardino perduto e farti assaggiare il frutto di Etza Ha’yim, l’Albero della Vita e riscattare la vigliaccheria di mio padre Adamo e mio fratello Abele.
- Ora figlio, sei sfinito, devi riposarti.
- Solo poche ore, madre Lilith, e poi riprenderò il mio viaggio.
- Come vuoi, Caino, nel nome del Libero Spirito, ognuno di noi ha il diritto di vivere la sua esperienza.
Adesso ascoltami figlio, perché la tua immensa stanchezza mi preoccupa.
Stai logorando le tue energie per cercare di agire in accordo alla tua Conoscenza dell’Eden.
Nel vano sforzo di mettere in atto il tuo sapere stai trascurando l’Albero della Vita, le cui fronde continuano a stormire intatte.
L’Eden è una presenza eterna, perenne, nascosta nel profondo.
Non capisci Caino, qual è stato il trucco di YHWH?
Il gesto del mangiare il frutto della Conoscenza del bene e del male, l’espulsione dal Giardino, la cacciata nel mondo, questo vuol dire: l’Albero della Vita non dona i suoi frutti a chi si allontana dalla via interiore che porta nel cuore delle proprie esperienze.
- Sì, madre, ora capisco. Come riuscire a fermare la mia ricerca? Ormai mi possiede…

- ETZA HA'YIM -

- Fai come ti dico figlio:
Inspira nella pancia, senza sforzo e durante l’espirazione canta con me: AAAAAAA…
Adesso inspira nel petto, dilatando la casa toracica senza sforzarla e mentre espiri, canta con me UUUUUUU…
Inspira nella gola, e riempi l’apice dei tuoi polmoni e durante l’espiro vibra la consonante MMMMMMM…
Ora, dopo una bella respirazione completa, riempi i polmoni prima nella base, poi nel centro, quindi all’apice e dopo un secondo di trattenimento emetti il sacro suono AAAAAAAUUUUUUUMMMMMMM.
Ripeti tutto e unisci la A e la U che diventa O.
Canta il sacro OM tre volte e riposati all’ombra dell’Albero della Vita.




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VIAGGI
7 maggio 2012
VISITA AL MUSEO DI HERMANN HESSE, SULLA COLLINA D’ORO

“ Quando la vita chiama, il cuore sia pronto a partire e a ricominciare, per offrirsi sereno e valoroso ad altri, nuovi vincoli e legami.
Ogni inizio contiene una magia che ci protegge e ci aiuta a vivere."

Hermann Hesse, Gradini

A pochi chilometri dal centro di Lugano, esattamente sui colli di Montagnola, nella Collina D'Oro, si trova il museo di Hermann Hesse.
Arrivarci non è difficile: giunti dall’Italia nella zona di Lugano Paradiso, basta seguire le indicazioni per Ponte Tresa e poi il cartello per Gentilino, Montagnola, Agra che formano il Comune di Collina d’oro.
Io sono andato in macchina e ci ho messo una ventina di minuti, dal centro di Lugano; ma ora che sono esperto, ne impiegherei meno.


Il Museo si trova sopra delle magnifiche colline piene di boschi di castagni e con mirabili scorci panoramici sul lago di Lugano.
Oggi è un'abitazione privata, ma i proprietari, da qualche anno, hanno concesso l'affitto di Torre Camuzzi, una parte della casa, alla Fondazione Hermann Hesse, per cui è stato creato in essa questo Museo.

Il biglietto costa pochi franchi svizzeri e l’emozionante visita comincia con la proiezione di un ottimo video sulla vita e le opere del mago di Montagnola.
Subito dopo ci sono da salire dei gradini, stretti e curvi, che portano al piano di sopra.
Hermann Hesse ha vissuto in Casa Camuzzi soltanto alcuni anni della sua vita in Svizzera, mentre i restanti si è trasferito nella Casa Rossa, poco distante. Questo Museo, allestito nella Torre Camuzzi, rappresenta perciò una sola parte della casa, quella per lui adibita a studio e atelier.
Il piano terra, infatti, veniva da lui usato per disegnare e dipingere i suoi famosi acquerelli, mentre la parte di sopra era in concreto adibita a studio. Lungo i muri che costeggiano la scala, ci sono diversi quadretti e oggetti comprati nei suoi viaggi in Italia, tra cui una poetica Madonna col Bambino a lui molto cara, comprata a Venezia.
Il piano di sopra consta di una piccola stanza che si affaccia sul cortile esterno della Torre.
Poco prima c'è un atrio, dove sono presenti delle vetrine con diversi abiti e oggetti che risalgono al suo Viaggio in India.
C'è la sua stretta veste bianca, è per me la prima forte emozione salgariana, direi!
E' piccolissima, stretta, sembra quella di un sedicenne!
Hermann, in effetti, per tutta la vita è sempre stato un tipo smilzo, un magro dello spirito come Kafka, ma fantasticare su quel candido giubbottino mi ha trasportato in mondi esotici, animati da tigri feroci e danzatrici di Kalì profumate di aloe!
Perdonatemi, ho letto troppo il grande Emilio Salgari!
Tra gli oggetti a lui cari, un cappello di paglia che usava quando praticava il suo amato giardinaggio alla Cà Rossa, nel suo amato giardino, (oggi minacciato da una speculazione edilizia) per ripararsi dal sole.
E diversi libri e quaderni di appunti, usati per scrivere il suo viaggio. La vetrina è piccola ma sono rimasto a guardarla per parecchio tempo, incantato.
Gli oggetti appartenuti agli scrittori che più amo mi lasciano sempre intense vibrazioni, quasi erotiche quanto oniriche, perché ricalcano quel clima psichico che è e sempre sarà presente in loro, nel mio cuore e nella mia mente. E lì dentro, ve lo assicuro, si sente tutta quella magica atmosfera!
Poco più avanti c'è la stanza che Hermann usava come studio. Che meraviglia! Nel centro ci sono delle bacheche in una vetrinetta con una raccolta di cartoline da lui mandate agli amici dall'Italia e dall'India.
Le cartoline dell'Italia accendono la mia immaginazione.
Vecchissime, con dei disegni che non oso descrivere! Tutto attorno alla stanza altre vetrinette, con oggetti di Hermann.
Mi affascina un normale ma straordinario set da viaggio: ombrello, borsa e cappello.
Un’istantanea della parte migrante, dionisiaca e ribelle della sua anima. Esaltante.
Una serie dei suoi leggendari occhiali tondi, penne e calamai, un piccolo busto raffigurante lui stesso, portapenne, un esoterico fermacarte dipinto di sua mano con la successione dei simboli alchemici planetari, due bicchieri dal vetro colorato, il suo taccuino.
Connotati dell’altro polo della sua psiche, socievole, apollinea e conciliante.

Altre vetrine sono piene di oggetti a lui cari, come i suoi gessetti colorati, una vecchia edizione di "Favola d'Amore", la magnifica fiaba “La metamorfosi di Piktor” regalata alla seconda moglie Ruth Wenger: si tratta del manoscritto originale illustrato dall'autore. E inoltre i suoi pennelli e tubetti di colori usati e non finiti, lasciati là, come se il tempo si fosse fermato.
Toccante.
Proprio di fronte alla porta finestra, che dà su un ampio balcone, c'è un tavolo ricoperto da un vetro, che contiene al suo interno lettere, cartoline, scritti e appunti, E sopra, la cosa più bella mai appartenuta ad Hermann: la sua macchina da scrivere, la mitica SMITH PREMIER No 4 !
Questa non era dentro nessuna vetrina ma semplicemente appoggiata sopra la sua ultima scrivania fatta a mano della Cà Rossa, con un foglio al suo interno scritto da lui.
E qui sprofondo nella pura mitologia. Chi è con me deve faticare per riportarmi alla realtà.

“ Realtà” vuol dire scendere le scale, e dirigersi all’ingresso per prendere l’audioguida e cominciare la passeggiata/trekking di circa tre ore “Sulle orme di Hermann Hesse”.

Non sto più nella pelle: l’itinerario ripercorrerà le passeggiate e i celebri vagabondaggi di Hermann per la Collina d’oro.

Mentre cammino nei luoghi che ispirarono gli scritti e gli acquerelli di Hesse, mediante l’audioguida ho la possibilità di ascoltare preziose testimonianze della sua vita e di scoprire tutte le bellezze artistiche e naturali della Collina d’oro.
Tra la vista del monte San Salvatore e gli scorci del Lago di Lugano, percorriamo fitti boschi, perdendoci nella natura e incontrando il punto panoramico dove Hermann si sedeva a dipingere e il Grotto Cavicc, il tipico punto di ristoro ticinese dove Hermann rideva e beveva vino con gli amici.
Alla fine del percorso della Collina, si arriva al piccolo Cimitero di San Abbondio, in cui Hermann scelse di essere sepolto, molti anni prima della sua morte.
La sua lapide è semplice, povera, com’era lui, (i ticinesi lo scambiavano spesso per un giardiniere) ma piena di poesia, in virtù di una grossa pietra cubica e grezza, lievemente scavata sulla sommità, da lui progettata per essere un sedile per il viandante in visita e un abbeveratoio, dopo la pioggia, per gli uccelli che vengono a trovarlo.

Scelse un posto non troppo in vista, perché non amava esserlo. E tuttora la sua tomba, circondata da fiori, si trova immersa in cespugli e piante, sempre all'ombra, come fu lui nella sua vita reale (nonostante la sua fama).
Com’era uso per gli antichi greci, anch’io lascio una piccola pietra bianca sulla sua lapide in omaggio e mi siedo sulla pietra del viandante.

Grazie Hermann, questa è la mia preghiera.
Aiutami a seguire la via del Libero Spirito, dell’Arte e della Cultura.
E a seguire la massima del tuo venerabile Confucio:
“ Sii fedele a te stesso e agisci per il beneficio degli altri”.




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CULTURA
6 maggio 2012
COME PARTECIPARE PRATICAMENTE ALLA PETIZIONE PER SALVARE LA CA' ROSSA DI HERMANN HESSE
In seguito al mio post sullo scempio edilizio che rischia di subire la Cà Rossa/ Bodmer di Hermann Hesse a Montagnola, nel canton Ticino
molte amiche e amici di ewriters mi chiedono come si partecipa praticamente alla protesta attivata dal Comitato " savehermannhesse" di Montagnola.



Premesso che:

- Non sono richiesti soldi ma solo entusiasmo per gli ideali di Hermann Hesse e per una nuova Europa del Libero Spirito
e della Cultura.
- Non bisogna partecipare a nessun libro.
- Non bisogna prendere nessuna tessera per far parte del Comitato.
ecco la modalità di partecipazione completa:

Cliccate questo link:

IN CIMA AL BLOG C'E' LA PETIZIONE REDATTA IN TRE LINGUE
CLICCARE QUELLA ITALIANA,SE NON SIETE POLIGLOTTI, LEGGETELA E SE SIETE D'ACCORDO SCRIVETE IL VOSTRO CONSENSO A QUESTA MAIL
savehermannhesse@gmail.com

e VIA CON UNA NUOVA EUROPA, QUELLA

DEL LIBERO SPIRITO E DELLA CULTURA...

che se ne fotte dello Spread e della Merkel, ok?



p.s.
Se riusciamo ad organizzare una grande manifestazione di protesta di respiro europeo e mondiale ( dopo la pubblicazione del "Lupo della Steppa" Hermann Hesse è molto celebre negli U.S.A., per esempio e in Oriente per "Siddharta" ), sarebbe bello formare una delegazione di Neteditor per rappresentare la cultura italiana.
Chi volesse partecipare non deve far altro che contattarmi.



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CULTURA
3 maggio 2012
SALVIAMO LA CA’ ROSSA DI HERMANN HESSE ! - Appello a tutti i cercatori spirituali –

"L’illuminazione non può venirti dall’esterno, non può venirti neppure da me; tu puoi trovarla solo in te stesso.
Non incontrerai mai un maestro che ti tolga la fatica di cercare; solo se una persona riflette profondamente sulla voce interna troverà una via, esattamente come io stesso devo sempre di nuovo cercarla e trovarla, giorno per giorno”.

Hermann Hesse, lettere.

La mattina di pellegrinaggio sulle orme di Hermann Hesse, per i sentieri dei meravigliosi boschi di Montagnola, nel Canton Ticino, mi ha regalato una gioia immensa, da condividere con tutti, con amicizia e fratellanza.
Mentre percorro l’ultimo tratto del percorso, dalla Casa Camuzzi alla Cà Rossa, conosciuta anche come Casa Bodmer, ripenso alla storia di questo celebre simbolo della ricerca spirituale dello scrittore tedesco.
Il suo amico e mecenate Hans C. Bodmer di Zurigo, aveva messo a sua disposizione e della moglie Ninon i mezzi per l'acquisto del terreno e per la costruzione della casa e voleva addirittura intestarla all’autore di “ Siddharta”.
Hesse rifiutò la proprietà dell’immobile, per essere coerente ai suoi principi di non attaccamento.

- Com'era la Cà Rossa di Hermann e Ninon Hesse nel 1931... -

Dopo la morte di Ninon nel 1966, il terreno e la casa furono messi in vendita. Questa sarebbe stata un'ottima occasione per le istituzioni pubbliche per rilevarne la proprietà e garantirle una protezione, preservando in tal modo il ricordo di Hermann Hesse.
Tuttavia la proprietà fu acquistata da privati che trasformarono sia la casa, ampliandola e cambiandone il colore (da rosso in bianco crema sporco!), sia il giardino, che modificò radicalmente le sue caratteristiche. Da allora il terreno e la casa non sono più accessibili al pubblico; un'alta siepe impedisce la vista del giardino.

- Com'è adesso, col celebre giardino reso quasi invisibile da un'alta siepe,

e ridipinta con un orrido bianco crema sporco...-

Come risultato, questa proprietà fu valutata nel piano regolatore quale una normalissima zona edificabile e non fu sottoposta a protezione.
L'attuale proprietario, che acquistò il terreno come edificabile, oggi vuole fare uso del suo diritto costruendo delle abitazioni.

- e con quali abitazioni intendono occultarla, una volta compiuta la speculazione edilizia... -

Mi sto recando da Maria e Paolo,( gentili e simpatici vicini di casa della Cà Rossa, incontrati nello stupendo bosco di castagni sotto la casa di Hesse), referenti del blog:savehermannhesse.com/, per firmare la petizione contro lo scempio edilizio che rischia di distruggere il celebre giardino della Casa Rossa, e di nascondere la stessa mitica abitazione dietro a una decina di ville lussuose.


.

- Ed ecco il bel risultato finale! La Cà Rossa nascosta da un bel muro di linde

villette ipertecnologiche per ricconi, ma che bello! -

Ai primi di Aprile è stata pubblicata una domanda di costruzione per la realizzazione di un importante complesso immobiliare nel parco della Casa Rossa di Montagnola.
La realizzazione del progetto devasterebbe un celebre luogo della memoria culturale, nazionale e internazionale, deturpando irrimediabilmente una delle ultime aree hessiane salvatesi dalla cementificazione.
Il comitato “Salviamo il parco di Hermann Hesse” auspica che la rilevanza culturale, storica e turistica di Hermann Hesse convinca le autorità della necessità di salvare il parco dalla cementificazione selvaggia, che colpisce, ormai da anni, il Distretto di Lugano.
Concretamente i sottoscrittori della petizione chiedono al Municipio e al Consiglio Comunale di Collina d’Oro di adottare una zona di pianificazione che blocchi il progetto, impedisca qualsiasi cementificazione dell’area, elaborando una soluzione che la preservi.
Vogliono sollecitare da parte delle Autorità di Collina d’Oro, una pronta risposta alla presente petizione e l’adozione in tempi brevi, almeno, della zona di pianificazione.

La Cà Rossa/Casa Bodmer e Casa Camuzzi, sempre a Montagnola, sono dei simboli universali dell’umanesimo e della pacifica volontà di ricerca spirituale interiore, ideali incarnati dalle opere di Hermann Hesse.
Non bisogna mai dimenticare che Casa Camuzzi rappresentò per Hesse il rifugio dagli orrori della prima guerra mondiale, quando il poeta si trasferì a Montagnola, in cerca di terre più vicine all’armonia della natura e alla pace tra gli uomini di amabile volontà.



- Casa Camuzzi -

La Casa Bodmer, ereditando la stessa nobile valenza di Casa Camuzzi, fu un punto di riferimento per molti emigranti tedeschi in fuga, durante il tragico periodo della seconda guerra mondiale, dalla barbarie del regime nazista.
Due case che rappresentano le grandi prospettive della pacifica convivenza tra gli uomini e della libera ricerca dell’espressione della propria anima.
“Essere fedeli a se stessi e buoni con gli altri”.
Questa massima di Confucio, spesso citata come risposta ai suoi lettori da Hesse, ci dona il senso del lavoro e della speranza di Hermann Hesse per un’Europa nuova, non più fondata solo sul Profitto e la Forza bruta ma sul rispetto reciproco tra le persone.
La Cà Rossa, ora inopinatamente dipinta di bianco crema sporco, e il suo giardino insieme alla Casa Camuzzi e alla sua fantastica oasi vegetale del mago Hesse/Klingsor, sono emblemi eterni dell’energia dell’anima umana.
Salviamo la Cà Rossa.
Se credete in un’Europa dello spirito e della cultura e non in quella delle banche, delle speculazioni e delle masse consumistiche,
firmate la petizione che trovate nel sito:

savehermannhesse.com/

Scrivete al comitato "Salviamo il parco di Hermann Hesse" :

savehermannhesse@gmail.com

Cerco inoltre persone disponibili per organizzare una grande manifestazione di protesta a Montagnola, in sinergia col comitato “Savehermannhesse “, da tenersi questa estate.

Difendiamo i valori dello spirito e della cultura.
Abbiate gioia e buona riuscita nella vostra ricerca personale.




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CULTURA
26 aprile 2012
PANTHEON WEBROCK - Ade -

- a James Hillman, indimenticato maestro -

Vengo a trattare il possente Ade, supremo tabù del consumismo capitalista globale; il flagello di Mammona, il Dio materialista, in questo periodo egemone nella nostra psiche occidentale.
Vorrei farvi capire la differenza tra il culto di Mammona, l’attuale paganesimo letterale e materialista del nostro mondo e Ade, che i greci con la loro sublime ironia chiamavano Plutos, Plutone “ il ricco” o “il donatore di ricchezze” e nello stesso tempo “colui che rende invisibili” e “colui che prima o poi ci riceve tutti come ospiti”.
Ah, che grandi poeti e umoristi questi greci!
Per loro, i ricchi e il loro oro finivano invariabilmente nel mondo infero di Ade; quello che veramente era vitale era il gesto autonomo nella mente del filosofo e nei muscoli dell’atleta e del guerriero.
Il resto finiva tutto sottoterra nell’accogliente casa di Ade.
Voglio portarvi un esempio ancora più chiaro: nel presentare la mia saga “Pantheon Webrock”, ho ricevuto queste annotazioni dai suoi lettori:
- Ah, Mosco, con il dio Ermes intendevi parlare dell’informatica e della comunicazione;
- Con Demetra e Persefone della prepotenza dell’amore materno;
- Con Dioniso dell’ebbrezza del vino e delle droghe;
- Con Iside e Osiride dell’intesa sessuale tra moglie e marito e della ricerca della verità scientifica e concettuale;
- Con Abraxas della necessaria ribellione al Sistema capitalistico o al Potere autoritario in genere;
- Con Afrodite del piacere sessuale e dell’erotismo e della pornografia…

Ecco, questo materialismo, questo nichilista e sacrilego prendere alla lettera gli dei, appartiene più al vigente culto di Mammona che ai grandi dei greci.
Gli antichi greci proponevano ben altre prospettive, venerando i loro dei.
Ade è l’atteggiamento chiave per comprendere il politeismo greco.

Ade era il dio del profondo e delle cose invisibili. Lui stesso era invisibile.
In Grecia, nel mondo in superficie, non aveva né templi né altari, nè sacerdoti e nè inni.
Il contatto sacrificale col dio avveniva volgendo il viso da un’altra parte.
Si uccideva un toro nero, distogliendo la sguardo da un’altra parte dal versamento di sangue e si comunicava con lui solo a voce, ascoltando i bisbigli che provenivano dal mondo infero.
Quando si entrava in comunicazione con lui, bisognava bruciarsi i ponti alle spalle e staccare la spina a tutti i collegamenti col mondo diurno
Ade era il doppio oscuro, il gemello ctonio di Zeus e Poseidone, i potenti Signori della Superficie.
Ade è il Signore dei Sogni, del profondo dell’Anima.

Ci mostra che non è la psiche a essere dentro di noi, controllata dalla nostra volontà presupposta “eroica” e dalla nostra razionalità creduta “precisa e matematica”.
Noi siamo dentro a una Grande Anima Cosmica e le nostre volontà e le nostre piccole ragioni sono solo buoni servitori ma ridicoli e menzogneri Padroni, che si fondano sulla sostanza dei sogni del mondo infero.
E non c’è bisogno di sgozzare nessun toro nero, quando sognate entrate in contatto col possente Ade e la Grande Anima Universale.
L’attività onirica è la Grande Anima Cosmica intenta al suo lavoro del fare anima, per aiutarvi a dimenticare i dolori e gli orrori del vostro vissuto quotidiano e storico.
Noi siamo solo ipotesi creative, possibilità vitali, dei “come se” e nulla più.
I Sogni, le guardie di Ade, sono i custodi del Sonno e dell’Oblio, le sentinelle della confraternita della Morte; gli araldi della dimensione del Mistero e del Ctonio e il loro lavoro onirico protegge le profondità delle nostre anime, vegliando sul patrimonio mitico, ancestrale e immaginale di cui tutti siamo ricchi.
Noi siamo benestanti solo dei tesori dell’Invisibile, amiche e amici, ahahahha, fatevi una bella risata ( o un pianto, fa lo stesso) e nulla più.
Questo è l’accenno, l’allusione di Ade.

Ade non predica e non insegna, rende invisibili.

Notte dopo notte, i Sogni ci preparano, regalandoci le loro sacre Immagini, a essere accolti nell’ospitale Regno di Ade.
Il suo messo, Caronte, ci condurrà inesorabilmente nel profondo e la sua gelida, impalpabile intelligenza ci offrirà permanente rifugio nella sua Casa dell’Invisibile, dove, finalmente rideremo ( o piangeremo, fa lo stesso) delle nostre presunzioni, dei nostri materialismi e del bugiardo dio Mammona.

Consigli per l'ascolto:

- "The end" dei Doors

- " Heroin" e "The black Angel's Death Song" dei Velvet Underground.

- Qualsiasi musica vi porti via dal vissuto quotidiano e storico.

LE ALTRE PUNTATE DELL'OPERA " PANTHEON WEBROCK & ( POP & CLASSIC)" DI MAURO IL MOSCONE:

http://www.neteditor.it/content/191249/pantheon-web-rock-ermes

http://www.neteditor.it/content/191352/pantheon-web-rock-demetra-e-persefone-le-eleusine

http://www.neteditor.it/content/191697/pantheon-webrock-dioniso

http://www.neteditor.it/content/192297/pantheon-webrock-iside-e-osiride

http://www.neteditor.it/content/192963/pantheon-webrockpop-abraxas

http://www.neteditor.it/content/193155/pantheon-webrock-classic-afrodite




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CULTURA
24 aprile 2012
IL LIBERO RAPPORTO TRA AUTORE E LETTORE NEL WEB

“ Che cosa rende eroici? Opporsi al proprio supremo dolore e insieme alla propria speranza.”
Friedrich Nietzsche, aforisma 268 della Gaya Scienza.

Trovo incoraggiante il fatto che ogni giorno di più, cresce nei forum letterari la consapevolezza del libero rapporto tra autore e lettore, senza più la mediazione ormai anacronistica dell’apparato dell’industria culturale.
Dalla macchina tipografica, fino al feroce (e ormai ridicolo) editor e al commesso del grande megastore, costretto ormai a vendere grotteschi gadget, stile l’alberello natalizio deodorante per utilitarie, che ho visto in bella mostra tra pile di libri d’intrattenimento invenduti, se ne sono andati tutti fuori dai coglioni.
A qualcuno di voi manca questo patetico contorno di gatti sguallarati (vale a dire soffrono d’ernia inguinale, nota dell’autore) e volpi spennacchiate?
Non credo proprio.
Rispetto a tre anni fa, vi sento ormai pronti per il grande salto: diventare gli autori di voi stessi, senza più girelli per bambocci e stampelle per sfigati alla volta di Lourdes.
In fin dei conti, diciamoci una buona volta la verità, NON ERA ORA ?
Per effetto della crisi, abbiamo già tutti i giorni al citofono e al telefono e per mail dei poveracci che ci frappano gli ammennicoli con i loro prodotti di merda pura e cristallina.
“ Siamo già a posto di tutto”, questa è la mia battuta di risposta preferita a questa legione di poveracci.
Vogliamo ridurci così anche noi?
Per finire da Fabio Fazio a sorbirci le sue domande buoniste e incensiste e a essere applauditi per ogni cazzata che diciamo?
Basta là ciurmaglia, ricomporsi che diamine!
(Era la frase prediletta del grande Emilio Salgari, uno sì con le palle.)


Le regole del gioco sono cambiate per sempre con l’arrivo degli e-books.
Ci sono un autore, un lettore o pochi più e un supporto informatico.
Chi ha talento, preparazione, capacità artigianale e qualcosa da dire (non fa mai male e non guasta, ve lo assicuro) affascina un lettore e crea un’affinità elettiva e un’ amicizia.
Chi scrive solo per fare soldi e andare da Fazio per farsi dire che è un genio perché sa bere un bicchiere d’acqua tiepida, per rimorchiare la scopata o fare il gallo del pollaio (o la faraona del medesimo), per andare a caccia di gonzi o giù di lì è UNA PIPPA, e non se lo fila nessuno.
Punto e a capo.
Può spendere milioni in editors e in pubblicità, comprarsi dei megastore, girare nudo ricoperto di colla e piume di merlo, a strillare il titolo del suo libro con una melanzana bella viola nel sedere largo: resta sempre UNA PIPPA, e non se lo fila nessuno.
Può trasformarsi come Zelig in ognuno dei suoi lettori e ungersi il pertugio anale di vaselina e farsi sodomizzare da tutti i suoi acquirenti e infilare il suo libro dentro tutti i frigoriferi degli italiani: resta sempre UNA PIPPA, e nessuno se lo caga, e resta di traverso a tutti gli italici intestini.
E’ finita, buffoni dell’editoria pianificata con l’attento marketing dei target sovrapposti, siete finiti! Siete solo personaggi del cinema di George A. Romero: non possedete uno specchio per vedervi cascare a tocchi?
Dai, amiche e amici dei litblogs, stasera venite tutti a casa mia che vi proietto un bel film: il crepuscolo degli editors morti viventi!
Basta solo una tastiera e un lit-blog libero, e come nei films degli zombie, basta chiudere gli occhi e li vedrete svanire come peti.
Pensate, me ne sbatto pure le palle degli e-books!
Per trovare i miei interlocutori non ne ho bisogno!

Perché i miei autori/lettori di riferimento sono persone con la scimitarra tra i denti, e non dei patetici ruffiani o delle troje pronte ad allargare ogni orifizio per essere presenti in un talk-show o delle meschine beghine invidiose da parrocchia o dei servi in giacca e cravatta.
Sto parlando di persone che sanno vivere nel fuoco del disprezzo.
Sapete, si compie un bel balzo in avanti verso l’indipendenza quando si osa manifestare opinioni considerate sovversive per chi le difende: di solito anche i vostri amici e conoscenti s’impauriscono e vi supplicano di smetterla.
La natura umana dotata degli attributi taurini e tigreschi deve attraversare questo fuoco: dopo appartiene molto di più a se stessa.
Questa condivisione con questi autori eroici mi procura un’ inenarrabile gioia e diversi orgasmi multipli.
Non sono molti ma l’estasi è preziosa e il climax prorompente, vi confesso, oltre che innegabile.
E mi ripeto: chi ha talento, preparazione, capacità artigianale e qualcosa da dire (non fa mai male e non guasta, ve lo assicuro) esercita una piccola grande influenza sul suo tempo.
Una persona che sa opporsi radicalmente, con un piccolo post, al proprio tempo, che sa prenderlo per il bavero e sbatterlo contro il muro per chiedere conto e ragione della sua corruzione e della sua decadenza, non può che esercitare un grande ascendente.
E nei litblogs, molti di voi, anche se spesso inconsapevolmente, ci riescono! 
E riuscire a opporsi alla propria epoca è tutto quello di cui avete bisogno, credetemi!
Oltre a una tastiera, un lit-blog libero e dei nuovi eroi, che sanno dare battaglia al proprio supremo dolore come alla propria inutile speranza.
Abbiamo bruciato le navi alle nostre spalle: venite amazzoni ed eroi, domani all’alba saremo a Tenochtitlan.
Faremo di Montezuma il nostro nickname e del suo oro il nostro avatar.



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CULTURA
21 aprile 2012
PANTHEON WEBROCK & CLASSIC - Afrodite -

“Non conosce il mare chi non ha visto Nettuno”.

Ernst Junger


Venere, l’antica Afrodite greca nata dalla spuma del mare, generatasi dal membro evirato di Crono non è la dea del matrimonio (Era) o quella del possesso erotico (suo figlio Eros, per l’appunto) ma è la bellezza che desta, fa risvegliare l’amore per la vita e per il bello.
In lei non c’è l’impulso del ghermire, del dominare, del rendere schiavi: in lei c’è la leggiadria, la grazia, lo sguardo sorridente che attrae e che muove naturalmente, potentemente verso la fusione con altri esseri viventi.
Afrodite è la seduzione, la pace spontanea, l’armonia dei contrasti, è la linfa della vita che si rinnova e che scorre nei mari, sulla terra, nei corpi deli animali e nei cuori degli uomini.
Sono passati i secoli e gli uomini hanno dichiarato ridicolo il culto di Afrodite.
Un fedele di Afrodite come Lorenzo de Maedici e come me vengono ignorati e derisi, mentre gli schiavi delle Borse capitalistiche globali che distruggono ogni bellezza vengono portati in palmo di mano.
Per non parlare degli schiavi di Hitler e di Stalin che nel secolo passato si sono massacrati a vicenda, portando il mondo vicino alla distruzione finale.
Le meravigliose immagini nelle tele dei grandi artisti del Rinascimento ci ricordano ancora il culto della bella Venere, ma la dea è ritornata con la sua corte a Cipro, delusa dagli uomini e dal loro folle amore per il potere e l’oro.
Ora vi racconterò di come sono andato io de lei, a Cipro, a Petra tou romiou, vicino a Pafos, sulla spiaggia dove approdò dopo la sua nascita.

!

Afrodite è figlia di un delitto cosmico, del Tempo che irrompe troncando l’unione statica e sterile di Cielo e Terra.
Quando Urano celeste si posò come tutte le notti su Gaia, la Terra, per possederla, Crono, il figlio, con un colpo secco di falce lo evirò: prese il membro paterno e lo scagliò dalla terraferma verso le onde del mare.
Il mare lo portò su di sé per molto tempo, e man mano intorno a quella carne ferita ma immortale si produsse della schiuma spessa e bianchissima: in quella spuma prese forma e si nutrì una ragazza, che viaggiando spinta dagli Alisei arrivò a Cipro, da dove lo sguardo spazia e svaria intorno al Mediterraneo.
Allora la ragazza uscì dal mare, e ai suoi piedi subito crebbe erba color smeraldo, e fu chiamata Afrodite dai greci e Venere dai romani.
Afrodite è innanzitutto energia, cosmica, ridestante desiderio ma pacificante, che governa la natura nella sua ciclicità, nel momento delle crescite e delle rinascite.
Regina della vita in cielo dove trascorre e ruota con gli astri, Signora dei mari dove protegge le navi, Sovrana nei campi dove aiuta i raccolti ad alzarsi, la dea è colei per la quale le mandrie selvagge esultano per i pascoli e i pesci guizzano nei fiumi rapidi e profondi, per la quale le famiglie e le stirpi di tutti gli esseri viventi si fecondano e si propagano in amore.

Il viaggio più emozionante della mia vita è stato a Pafos, sulle tracce di Afrodite; la tradizione vuole che la dea sia sorta dalla spuma dell’oceano nei pressi di Citera, e poi spinta dai venti sia approdata proprio sulla spiaggia di Petra Tou Romiou, situata a una ventina di chilometri dalla stessa Pafos.
Che emozione sedersi su quella battigia ciottolosa e rileggere Esiodo!
Poco distante, vado a visitare le colonne mozzate del Tempio di Afrodite: marmo corroso, qualche albero, l’orizzonte aperto sul Mare Nostrum dei romani, dei mercanti fenici e dei colonizzatori greci.
Penso alla bellezza, il dono di Afrodite alla stirpe barbara e sanguinaria degli uomini avidi di potere e di oro: non è sempre stata dove c'è la materia libera, la propria energia sino a diventare Psiche, Spirito, che prende i movimenti dell’acqua, la radiosità della luce che si riflette su questo meraviglioso mare mediterraneo?
Sempre vicino a Pafos c’è la Casa di Dioniso, antica casa romana decorata con preziosi mosaici, in uno dei quali è raffigurato il dio dell’ebbrezza.
Mi commuove profondamente la Stanza delle Stagioni, dove affiora la consapevolezza che le vicende mitiche si possono leggere come dinamiche del Cosmo.

.

Il pavimento è diviso in nove riquadri: al centro, il volto della Madre Terra e intorno sono raffigurate allegoricamente le Stagioni.
Inframezzati, gli altri quattro quadri illustrano la ciclica ricchezza della natura: gli animali della terra, le creature dell’aria e del mare, piante verdi, cesti di frutta multicolore.
Questa Visione mi scuote nel profondo per la sua Bellezza e per la sua Attualità.
Si mescola un filo di malinconia: come abbiamo potuto dimenticare questi valori?
Per fortuna, in questo posto mitico la malinconia dura solo un momento.
Vicino alla Stanza delle Stagioni, proprio vicino all’uscita dalla domus romana, c’è un pavimento con due scritte in greco.
“KAI CY “(kai su) e “XAIPEI” (cairei).
La guida spiega che era un antico saluto e un augurio per l’ospite che lasciava la villa romana.
“Anche tu…abbi gioia.”

Consigli per l’ascolto:

- La cantautrice Australiana Kylie Minogue, ha pubblicato nel 2010 un album chiamato Aphrodite, come segno di devozione alla bellezza.
- Le “Quattro stagioni” di Vivaldi.
- “Le nozze di Figaro” e “Così fan tutte” di W.A. Mozart.
- La “Carmen” di Bizet.
- Grace Slick (Jefferson Airplane, Jefferson Starship)
E infine, chi è posseduto da Afrodite, può mettersi sulle trace di queste sue figlie molto dotate:
- Samantha Fox
- Beth Orton
- Lauryn Hill
- Sheryl Crow
- Kim Gordon (Sonic Youth)
- Marianne Faithfull
- Nico
- Melissa Auf der Maur (Hole, Smashing Pumpkins).
Buona ricerca,e abbiate gioia!

LE ALTRE PUNTATE DELL'OPERA " PANTHEON WEBROCK & ( POP & CLASSIC)" DI MAURO IL MOSCONE:

http://www.neteditor.it/content/191249/pantheon-web-rock-ermes

http://www.neteditor.it/content/191352/pantheon-web-rock-demetra-e-persefone-le-eleusine

http://www.neteditor.it/content/191697/pantheon-webrock-dioniso

http://www.neteditor.it/content/192297/pantheon-webrock-iside-e-osiride

http://www.neteditor.it/content/192963/pantheon-webrockpop-abraxas

UN GRAZIE DAL PROFONDO A TUTTE LE AMICHE E GLI AMICI DI MAIL PER L'AMICIZIA E IL SOSTEGNO.




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CULTURA
19 aprile 2012
ANCHE L’AUTORE PIÙ IMPROVVISATO DI UN LITBLOG, VALE DI PIÙ DI UNO SCRITTORE COMMERCIALE.


- Gentile autore, per la pubblicazione della sua opera fanno tremilaquattrocento euro e sessanta centesimi, le sconto le sessanta, ovviamente, capiamo certi problemi, sa...-


Per comprendere la tesi paradossale che sostengo in questo post, vi chiedo di riflettere sulla figura cardine dell’Editor, un pilastro dell’attuale industria culturale.
Nella mia esperienza di scrittore dilettante ne ho conosciuti una decina.
Sono, in estrema sintesi, quelli che rendono “vendibile” il materiale cui lavorate; la cerniera tra il vostro diletto e la professionalità che vi porta alla pubblicazione.
Un tempo s’infiltravano nelle riviste più note in campo nazionale e nelle case editrici, e dai loro pulpiti si divertivano a massacrare tutti i testi che arrivavano sotto le loro grinfie.
Se li conoscevi di persona – come mi è capitato – ammiccavano e sorridevano, e ti confessavano:
- E’ solo gran teatro, il nostro: in verità basta pagare e pubblichi subito dall’oggi al domani.

Disgustato da questa strana umanità, comprai quattro libri di quelli giusti e mi misi a studiare con fervore per diventare anch’io un Editor.
Non ci vuole molto, ve lo assicuro, basta annoiarsi a morte con regolette varie e infine arrivate al punto.
Faccio le mie belle domande di assunzione e un giorno una piccola casa editrice, decide di farmi fare un periodo di prova come Editor.
- - Ma oltre a correggere refusi e periodi sgangherati, che principio devo applicare nelle revisioni? – chiedo io.
- E’ molto semplice: l’autore che vogliamo lanciare sul mercato deve essere fatto DELLA STESSA PASTA dei suoi lettori.
Deve essere un loro intrattenitore, un po’ puttana e un po’ imbonitore da fiera.
Lo scrittore deve assomigliare il più possibile ai suoi lettori e il suo lettore deve riconoscersi totalmente nella sua opera.
Faccia così, e il nostro rapporto di collaborazione sarà lungo, vedrà!
- - Piuttosto che fare della letteratura una baracconata da Luna-Park, vado a dormire sotto i ponti!

In questo modo terminò la mia rapidissima, fulminante come le bestemmie che tirai, carriera di Editor.
Io? Mauro il Moscone diventare la puttana dei miei lettori?
Ma per chi mi avete preso?
Oltretutto, a questa filosofia del bordello si aggiunge il fatto che molti di quegli Editor, fuori e dentro il Web, mi hanno richiesto delle cifre per pubblicare che ho annotato per curiosità storica:
Dall’anno duemila a oggi, ho avuto preventivi per i miei libri per circa 60000 euro!
Cari Editor a pagamento, mi avete preso per Bill Gates? Oh!

Invece sui litblogs, i forum di scrittura web che proliferano in Internet, ci sono solo dei magnifici dilettanti che almeno non mi chiedono soldi e sono liberi, e soprattutto non mi chiedono di aprire il culo sui marciapiedi per i miei lettori!
Certo, ogni tanto qualcuno di questi autori ( spesso dilettanti e improvvisati, mi fanno incazzare perché praticano della bassa qualità, tipo la narrativa pornohorror che “racconta” di clochard uccisi col sorriso sulle labbra o inneggia a stragi dei propri parenti o tipo le migliaia di poeti che scaricano ogni giorno migliaia di versi, condannando la poesia all’inflazione e alla massificazione).
Ma fa niente, preferisco che siano liberi e non delle puttane o peggio degli Editor!
In fin dei conti mi sono accorto di voler loro un gran bene, anche agli autori più barbarici, perché almeno rappresentano veramente la realtà magmatica che ci circonda!
Non volete assomigliare ai vostri lettori e ve ne fregate che loro si riconoscano nel vostro prodotto finito, e fate benone.

Fuori dal Web la letteratura è morta, uccisa dagli editor, coloro che senza sosta lavorano all’orrendo scopo di rendere OMOLOGHI E OMOGENEI lo scrittore e il suo lettore.
Sui litblogs del Web ci sono, per fortuna, molte persone refrattarie all’omologazione e che non amano pasteggiare con gli omogeneizzati al gusto di tacchino nano, ma a pane, salame e Bonarda.

Anche l’autore più improvvisato di un litblog vale di più di uno scrittore commerciale: nei suoi testi ritrovo quell’intensità, quella libertà e quel saper raccontare il quotidiano con ironia, come pura mitologia; quell’ anche folle ma genuina, espressione di se stesso che lo sottrae a questa dittatura degli Editor a pagamento, che ci vorrebbero tutte puttane e venditori di merda.
Trovo persone che col rapporto svincolato e diretto tra autore e lettore, stanno facendo saltare in aria tutte le inutili sovrastrutture editoriali che ci soffocano e spesso c’impediscono la libera espressione.
Trovo esseri umani autentici che lottano per rendere visibile la loro immagine interiore e la loro autonomia di pensiero.



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CULTURA
17 aprile 2012
PANTHEON WEBROCK&POP - Abraxas -

L’albero umano si sforza di uscire dall’uovo.
L’uovo è il mondo.
Chi vuole nascere e crescere deve distruggere un mondo.
L’albero umano cresce in alto verso Dio e in basso verso il Diavolo.
Questo Dio si chiama Abraxas.


Noi internauti cresciamo come alberi, non in un solo luogo, ma ovunque, non in una sola direzione, ma sia in alto che in fuori, sia in dentro che in basso; la nostra forza preme a un tempo nel tronco, nei rami, e nelle radici, non c’è più per noi nessuna libertà di fare una qualsiasi cosa isolatamente, di essere ancora una qualsiasi cosa per sé stante… Così il nostro destino, si è detto: noi cresciamo in altezza; e posto anche che fosse la nostra fatalità – giacchè abitiamo sempre più vicino ai fulmini e ai tuoni, come le vette ! – ebbene, nello stesso tempo questo crescere, questo trasformarci continuamente, questo far cadere vecchie cortecce, questo cambiare pelle a ogni primavera, questo diventare sempre più giovani, più di la da venire, più forti e imponenti è un affondare le nostre radici con sempre maggior potenza nelle profondità del terreno –nel male -, mentre nello stesso tempo abbracciamo il cielo con amore sempre più grande, sempre più vastamente, suggendone, con tutti i nostri rami, dentro di noi la luce e gli umori degli Inferi e della terra, sempre più assetati.

Abraxas è il Dio interiore, dell’autoplasmazione, duro a conoscere.
Il suo potere è il più grande perché l’uomo non lo vede.
Del sole egli vede il summum bonum e del demonio l’infimum malum; ma di Abraxas la VITA, indefinita sotto tutti gli aspetti, che è la madre del bene e del male.
Duplice è il potere di Abraxas. Ma voi non lo vedete, perché ai vostri occhi gli opposti in conflitto di questo potere si annullano.
Ciò che il Dio sole dice è vita. QUELLO CHE CRESCE.
Ciò che il demonio dice è morte. QUELLO CHE BRUCIA.
Ma Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme.
Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto.
Ogni tuo atto, come ogni tuo pensiero, getta in terra o sul muro un’ombra.
Perciò Abraxas è terribile.
E’ splendido come il leone nell’attimo in cui abbatte la preda.
E’ bello come un giorno di primavera.
Sì, è anche il grande Pan ritornato e anche il piccolo Priapo che diventa enorme.
E’ il mostro del mondo sotterraneo, un polpo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia, estasi.
E’ l’ermafrodito del prossimo inizio, dopo la catastrofe, in apparenza finale.

E’ il signore dei rospi e delle rane che vivono nell’acqua e calpestano la terra, che cantano in coro sotto la pioggia a mezzogiorno e a mezzanotte.
E’ la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia.
Vederlo significa cecità,
Conoscerlo è malattia,
Adorarlo è morte,
Temerlo è saggezza,
Non resistergli è redenzione.
E’ l’orrore che il figlio adolescente prova per la madre.
E’ l’amore che la madre prova lo stesso per il figlio.
Ogni cosa che chiedete supplicando al Dio sole genera un atto del demonio.
Ogni cosa che create col Dio sole dà al demonio il potere di agire.
E’ la gioia della terra e la crudeltà del cielo.
Di fronte al suo volto l’uomo si desertifica e si pietrifica.
Di fronte a lui non c’è domanda né risposta.
E’ la vita della creatura.
E’ l’operazione della distinzione.
E’ la voce dell’essere umano.
E’ forza, durata, movimento.
E’ l’apparenza e l’ombra dell’uomo.
Questo è il terribile Abraxas.

Ascolti e letture classiche e pop suggerite:

Il testo è un mix manipolato e interpolato dal Moscone, col metodo intertestuale, di alcuni scritti di Hermann Hesse, Jorge Luis Borges, Friedrich Nietzsche e Carl Gustav Jung, di cui si consiglia una lettura a trecentosessanta gradi e in particolare di (in ordine di citazione): Demian, Discussione, la Gaya Scienza e Septem Sermones ad Mortuos.
- L’album Abraxas di Carlos Santana;
- Il fumetto di Hugo Pratt “La favola di Venezia”;
- Nella serie a fumetti Dylan Dog, il padre e nemesi del protagonista è un essere apparentemente immortale che si fa chiamare Xabaras, dichiaratamente un anagramma di Abraxas, considerato nel senso demoniaco e non in quello gnostico, cioè come Demòne e non come Dèmone, come io ho considerato Abraxas nel mio lavoro.
Xabaras appare nel n. 1, viene nominato nel n. 5, appare nel n.100,nel n.241-242 e nel n.250
- Abraxas è una canzone del gruppo Gothic Metal Therion, contenuta nell'album Lemuria e viene anche nominato in una canzone degli Alkaline Trio, Lead Poisoning.
- Abraxas è il nome del mago sconfitto dal Gatto con gli Stivali nella fiaba di Charles Perrault.
- Ma Abraxas, in conclusione, è anche un vino passito di Pantelleria, pregiato e squisito: salute a tutti voi! Prosit!




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CULTURA
13 aprile 2012
IL CAOS DI MASSA DELLA COMUNICAZIONE WEB - talkweb tra il Moscone e BrunoCorino -

- Talkweb tra il Moscone e Bruno Corino –


IL MOSCONE: - Caro Bruno, oggi tutti scrivono, messaggiano (o massa -ggiano?), chattano, postano, tutto è tritato e dilaniato dalle parole; e quanto oggi ancora sembra troppo duro per le zanne dell’ammasso degli omologati, domani, escoriato e scorticato, penderà sanguinante da mille fauci.
Tutti comunicano, tutto passa inascoltato; quand’anche uno annunci la propria saggezza con un impianto voci degno di una rock-band di heavy metal, i bottegai del mercato globale ne copriranno il suono col tintinnio dei loro centesimi.
Tutti scrivono, messaggiano (o massa-ggiano?), chattano, postano, nessuno che voglia ascoltare. Tutte le acque si precipitano cicaleccianti e scroscianti come getti di piscio nell’oceano ma ogni ruscello fangoso e merdoso sente solo il proprio scroscio d’orina.
Tutti comunicano e tutto finisce in fumo, nulla che vada a finire in una sorgente profonda.
Tutti a fare coccodè e chicchirichì, ma nessuno che voglia covare un uovo e cantare fiero e gioioso l’alba di un giorno nuovo.
A questo punto ti chiedo, caro Bruno: Nietzsche diceva che bisogna avere dentro di sé il caos (di qualità) per partorire una stella danzante; non ti sembra che il caos di massa stia invece creando solo dei grandi greggi di pecoroni-zombies?

BRUNOCORINO: - In Italia, tra non molto, il numero degli autori supererà quello dei lettori. Se un tempo, ad esempio, in proporzione, ogni autore poteva almeno contare su 100 lettori, oggi, a occhio e croce, un autore può contare solo su se stesso.
Si potrebbe parlare di una vera e propria grafomania. Forse, l’arcano è cominciato con i cellulari. Poter scrivere un sms e inviarlo sincronicamente a 100 utenti ha provocato una vertigine celestiale. Senza dubbio. Con il cellulare si potevano scrivere brevi versi e darli a leggere a tanti ignari lettori.
Ma l’esplosione si è avuta con il web. Nel web si possono scrivere diari in pubblico. È sufficiente aprire un blog, iscriversi a una lit-community per diventare autore. E così abbiamo scoperto che in Italia esistono più autori che lettori. E poi non dobbiamo dimenticare che “pubblicare” un libro, al giorno d’oggi, è la cosa più facile al mondo. I siti sono invasi da annunci pubblicitari del tipo: “Hai scritto un libro?”.
Qualche studioso si lamenta che il Italia mai il livello di istruzione è sceso così in basso. Da parte mia mi lamento che mai in Italia l'insegnamento universitario era sceso così in basso. Ho la sensazione che la mediocrità (senza voler dare a questo termine un’accezione negativa, ma puramente statistica) trionfi ovunque.
Faccio un esempio personale. Quando mi sono iscritto all’Università di Roma “la Sapienza”, a Villa Mirafiori insegnava il fior fiore del pensiero filosofico italiano. Senza fare un lungo elenco, nomi quali quelli di Giannantoni, Sasso, De Mauro, Colletti, Casini, Merker, Cellucci, ecc. erano nomi che io conoscevo già ai tempi del liceo. Ho dato un’occhiata all’elenco dei docenti che insegnano ora in quella Università. I docenti di terza generazione sono sì e no delle ombre della caverna platonica. Vivono di luce riflessa. Giovani (si fa per dire) studiosi arrivati precipitosamente al crepuscolo.
Dico Roma “La Sapienza” perché un tempo era il vertice dell’insegnamento italiano. Se questi docenti sono adesso il vertice, cosa accade, mi domando, in periferia? Quale nuova linfa riusciranno a dare alle future generazioni?
"Se Dio non esiste, tutto è permesso". Giusto? Se la Grandezza non esiste, tutto è concesso. Giusto? Anche in questo caso un nesso c'è. Basta cercarlo. Si ha la forza di volerlo cercare?
Ci sarà un nesso tra questa grafomania diffusa e la bassa qualità dell’offerta universitaria? Perché quei giganti non sono riusciti a generare altrettanti giganti, ma soltanto dei manuali del pensiero? Altro mistero di cui mi sfuggono le coordinate. Anche costoro sono “autori” che si leggono tra loro. E continueranno a scrivere ancora di Kant, Hegel, Wittgenstein e Heidegger, come ai vecchi tempi. Come gli autori delle lit-community scrivono di amori finiti, di tramonti, e di albe. Già perché non si finisce mai d’abbracciare un’alba, come non si finisce di fare carriera riducendosi a mero ripetitore dell’altrui pensiero. Attenzione: perché costoro sono filologi puri, gente capace di discettare pagine e pagine su una locuzione, capace di spaccarti un capello in quattro.
La creatività? Lasciamola stare agli idioti di famiglia. In fondo, a pensarci, non si conquistano cattedre universitarie con la creatività, ma soltanto sconfitte. E chi ama più le sconfitte?



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CULTURA
10 aprile 2012
E' SOLO IMMAGINAZIONE ATTIVA, MA MI PIACE ASSAI


Qualche volta, stuzzicanti amici di mail mi chiedono:
- Scusa, Moscone, noto che sei sempre spietato con i tanti (troppi) vizi e difetti della scrittura Web; ma allora, perché continui a svolazzare in tanti (troppi) forum letterari e non ti occupi di altre cose?
E soprattutto, è possibile che nella litweb non ci sia davvero niente di buono e di costruttivo?
E allora, spesso rispondo così:
- La litweb è solo immaginazione attiva libera, ma mi piace assai.
Cercherò di spiegarmi senza rifugiarmi negli enigmi e nell’esoterismo d’accatto.

Dopo anni di esperienze con la litweb e di contatti con internauti che la masticano con gusto e consapevolezza, mi azzardo ad affermare che la litweb ha una sola valenza costruttiva fertile e gravida di significati:
l’IMMAGINAZIONE ATTIVA LIBERA.
Questa forma di arte/autoterapia/autoplasmazione psicologica è praticata da un pugno di autori che sono in grado sviluppare una creatività intuitiva e spesso consapevole che mi affascina e perché sanno usare la litweb per quello che veramente è e può dare; la liberazione della propria immaginazione e dei propri simboli personali.
Questi autori intriganti sono dei REFRATTARI, e mi vanto di appartenere alla loro esigua schiera.
Refrattari a che cosa?

La nostra industria culturale è ancora legata al patetico mito romantico e ottocentesco della “personalità straordinaria”, del “genio eccezionale” che sa produrre da buon bottegaio l’opera stratosferica, capace di vendere milioni di copie sul mercato.
Insomma, un mix davvero letale di romanticismo e di consumismo, avvelena ancora oggi, potenziato dai nuovi mezzi tecnologici, la concezione dell’arte e della ricerca del proprio potenziale espressivo.
Questi lit bloggers sono recalcitranti a questa idea autoritaria del “genio di (e sul) successo” e rivolgono una feroce, spietata ironia al culto della personalità, “all’innato talento artistico”, “alla suprema forza di volontà d’imporsi con tenaci strategie di marketing”.
I miei amici refrattari scrivono con un’altra e alta ispirazione: accedere tramite l’immaginazione liberata dalla litweb alla propria anima e al proprio potenziale creativo.
Questi webartisti sono dei siluri subacquei che sanno usare il medium della litweb in modo squisitamente ironico e umano, per affondare le corazzate del Profitto e della Retorica.
Ah, fantastici Corsari immaginali, poeti dell’acidità corrosiva quanto immaginifica, quanto vi venero!
Nei loro testi traspare, allusivo, beffardo e graffiante un messaggio forte e chiaro:

“ Non sopportiamo le vostre carte di credito e i vostri versamenti sul conto corrente e le vostre melensaggini e le vostre retoriche da anniversario sfruttato per farsi belli…
Noi non siamo degli imprenditori fabbricanti di best-seller; pensiamo che un forum letterario possa aiutare una persona a vivere meglio IMMAGINANDOSI UN ARTISTA, ma non nel senso di prendersi troppo sul serio o alla lettera, andando a sbrodolare vanagloria da Fabio Fazio o a profumarsi d’incenso da Daria Bignardi.
Noi proponiamo un’arte nuova, intesa come ponte di relazione col Daimon di ognuno di noi, con la parte più profonda e autentica delle nostre anime, soffocata e inaridita dalle maschere di ferro sociali che è costretta a indossare.
Con l’IRONIA corrodiamo e facciamo psichicamente e mentalmente a pezzi il mito eroico del V.I.P (Very Important Pirla) e con l’IMMAGINAZIONE ANALOGICA LIBERA (digitale per noi è solo un’erba officinale) cerchiamo un’armonia più umana con i nostri sogni e le nostre fantasie e le nostre nevrosi personali e il nostro Destino, per stabilire insomma una vicinanza con la nostra anima.
Per farla breve, mercanti e ruffiani del Tempio, NOI FACCIAMO ANIMA.
E per farla usiamo l’IMMAGINAZIONE ATTIVA/ANALOGICA LIBERA.
Non sentiamo proprio nessun desiderio di diventare dei geni, dei manager di casi editoriali umani, troppo umani; o, gli Dei ce ne scampino, degli “artisti affermati” nell’ esprimere il nulla assoluto.
Noi non cerchiamo la nostra anima, dimostrando ai nostri lettori CHI SIAMO PRODUCENDO QUALCOSA COL CODICE A BARRE.
Vogliamo chiarirvi bene le idee narrandovi che cosa l’immaginazione attiva libera NON E’:
- Non è la pubblicazione di un libro, piazzato come una scatola di preservativi nei centri commerciali, dopo essere stati spogliati d’ogni avere dai cacciatori di gonzi dell’editoria a pagamento;
- Non è una disciplina spirituale tipo lo yoga o l’imitazione di Cristo d’Ignazio da Loyola: noi raccontiamo le nostre immagini, mica levitiamo o riposiamo su letti di aghi ipodermici incandescenti;
- Non è una forma di ascesi mistica o militante (tonta) di automortificazione sadomasochistica tipo il matrimonio, che si pratica per essere più “illuminati” degli altri e quindi più Narcisi a tutto tonto, per l’appunto.
- -Non è la comunicazione bruta e banale del cicaleccio dei Social Forum e delle chat room.
- Non è un modo per conquistare il potere politico, per arrivare e a fregare i rimborsi elettorali e diventare ricchi in barba ai coglioni che mettono le schede elettorali nelle urne.

Noi Refrattari Immaginali non abbiamo bisogno di Maestri, di Caste sacerdotali, di Editori imprenditori, di Mogli e Mariti cornuti, di Madri e Padri in stile Mulino Bianco; di Presidenti pedofili, di qualsiasi figura di Potente corrotto e sfigurato dalla volgarità e dall’ipocrisia, di Lauree in niente totale (di Laure, se son versate nelle arti dell’erotismo, sì).
Noi lavoriamo alle immagini sorgive che fluiscono libere dalla fonte del nostro Daimon e dal pozzo segreto e magico della nostra anima, e ne registriamo il caos dinamico col nostro stile.”.

Mi avete compreso?
Questo è l’evento Web che m’intrippa e che mi spinge a ritornare nei litblogs a conversare con quei bloggers magnifici.
E’ solo la loro IMMAGINAZIONE ATTIVA LIBERA, ma mi piace assai, amiche e amici immaginali e mi fa sentire bene.
Questa è la mia Pars Costruens.
Mi taccerete ancora d’essere un nichilista, da oggi?




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CULTURA
2 aprile 2012
LE COSE NON SONO QUELLO CHE SEMBRANO

“Voi non avete ancora cercato voi stessi: ecco che trovate me.
Così fanno tutti i fanatici; perciò ogni fede assoluta vale così poco.
E ora vi ordino di perdermi e di TROVARVI;
e solo quando mi avrete tutti tradito e rinnegato io tornerò tra voi…”
Friedrich Nietzsche.


Il Web è un simpatico bar in stile “Guerre Stellari”, con tanti comunicatori provenienti da svariate galassie.
In quest’anarchico porto di mare internautico, ci sono infinite specie di poeti, dei quali non mi occupo in questo testo (perdonatemi, ultimamente vedo troppo schifo in giro per riuscire a “sentire” la poesia, senza togliere nulla a chi invece riesce ancora a “avvertire” qualcosa di nobile nel troiajo che ci circonda. Un pò come trovare qualcuno di onesto alla Regione Lombardia, non so se mi spiego.) e altrettanti prosatori, e mi piace percepirne le differenze di stile e di contenuto.
Ovviamente la prosa creativa di Internet è strettamente collegata con quella che si muove fuori dal Web, e che ormai è diventata un’orripilante industria culturale di narrativa pura e ottusa.
Insomma, per venire subito al sodo, sto intuendo un fenomeno interessante quanto inquietante: LA LETTERATURA SI STA SCINDENDO DALLA NARRATIVA.
Partiamo da quattro esempi belli succulenti: Dan Brown, Paulo Coelho, Giorgio Faletti e Joanne Rowling, i campioni della narrativa globale.
La massima aspirazione di questi scrittori è di essere come Babbo Natale: essere amati dai bravi genitori piccoli borghesi e fare dei loro libri i loro consumi preferiti!
Il loro capolavoro di riferimento è Jingle Bell.
Il loro metodo è produrre delle trame cinematografiche facilotte per intortare la brava famigliola consumistica.
Cazzarola! Qualcuno di voi si ricorda ancora i veri letterati?
Kafka, Dostoevskij, Celine, Artaud, Pasolini…quelli che scrivendo lanciavano una sfida alla mente, al cuore e anche al culo del lettore; oltraggi irrimediabili ai luoghi comuni della massificazione globale, ma sì…quelli che sapevano ficcare il paletto di frassino nel cuore guasto del vampiro Società del Profitto.
Cazza e stracazza, dove sono finiti, gli ambasciatori della Rabbia senza compromessi, quelli che ci mettevano il sangue della loro vita, al posto dell'inchiostro cancerogeno, per scrivere?
A partire da Carver, è cominciata questa fottutissima moda del minimalismo e ancora stiamo assistendo all’immondo spettacolo di una narrativa che non pensa più a nulla.
L’unica missione che questi produttori di trame si assegnano, è solo quella di essere dei narratori di storie.
L’unico mondo di cui sanno parlare è la porzione di cesso che gli è toccata in sorte dalla nascita e che conosce come eclatante fenomeno di provincia.
La sua unica speranza è quella di trasformarsi in Babbo Natale (anche a Ferragosto, non c’è problema), con in dotazione una bella gerla piena di libri/dono/giocattolo.
L’operazione commerciale applicata con un certo successo di massa da questi Babbi Natali e dai loro feroci editors, è quella di trasformare la letteratura in arte dell’intrattenimento: sfornare dei bei prodotti (qualcuno anche di qualità certo, non è questo il punto) e delle trame avvincenti per divertire/stordire il lettore e distoglierlo dalla bestiale realtà che lo assedia da ogni parte.
Quello che gli scrittori UOVA DI PASQUA (rispettiamo la data in corso) cercano con i loro libri tutti uguali è di rendere omologhi lo scrittore e il lettore.
Il lettore deve riconoscersi nell’opera fino all’OMOLOGAZIONE TOTALE.
Nella narrativa d’intrattenimento l’autore deve arruffianarsi ad ogni costo il lettore, fino a essere pronto al ruolo di oggetto sessuale passivo.
Aprire le chiappe è un prezzo da pagare per ottenere l’agognato RICONOSCIMENTO tra lettore e libro, che porta tanti bei soldini e tanti bei passaggi nei talk-show televisivi.
Questo fenomeno della narrativa di omologazione devasta anche quasi tutti i siti di litweb.
Assistiamo ultimamente, per esempio, alla pubblicazione di testi pornohorror, dove si fa l’apologia narrativa dell’omicidio di marginali o dei propri parenti, il tutto non per vendere, ma per avere qualche agognato commento.
La logica è la stessa, creare un riconoscimento tra il lettore e il brano postato a qualsiasi costo, adulandolo e solleticandolo con ogni tipo di bassa emotività incontrollata, della serie: “ t’impacchetto un etto di Eros&Thanatos e tu mi commenti.”

- Avviso del Moscone: se ti riconosci in quello che scrivo sei fottuto! -

Come da mio stile, lo voglio dire fuori dai denti, quest’omologazione mi ha veramente rotto le palle.
Per protesta, non pubblicherò più narrativa nel Web.
Se mi avete compreso bene, la narrativa non è un male in sé, ma solo quando diventa uno strumento ipnotico per conformare il lettore a un’opera.
Da adesso in poi scriverò nel Web solo letteratura che assomigli solo alla mia vita e alla realtà che mi circonda, senza facili trame e idioti riconoscimenti.
Chi legge i miei testi non deve assolutamente riconoscersi in quello che scrivo, e deve evitare come la peste, la catastrofe di assomigliare a me.

Chi legge il Moscone deve PENSARE CON LA SUA MENTE e cercare di ASSOMIGLIARE a SE STESSO e RICONOSCERSI NELLA SUA DI REALTA’.
Basta con i Babbi Natale e le Uova di Pasqua e il pornohorror Web, fate attenzione:LE COSE NON SONO QUELLO CHE SEMBRANO.




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SOCIETA'
27 marzo 2012
La modifica dell'articolo 18 prepara nuove violenze nel futuro per le donne.

INTRODUZIONE: GIORNATA DELLA MEMORIA NON UFFICIALE

In ricordo del Rabbino Jonathan Sandler 30 anni, padre di Gabriel Sandler, 4 anni e Arieh Sandler, 5 anni; Myriam Monsonego, 7 anni, inseguita fin nel cortile della scuola per essere finita, uccise il 19 marzo alla scuola ebraica Ozar – Hatorah, e un giovane di 17 anni grave all’ospedale.
Con questo testo comincio una serie di pubblicazioni che chiamo “giornate della Memoria non ufficiale”. Purtroppo gli anniversari ufficiali diventano routine e occasioni per molti “intellettuali” di mettersi in mostra , mentre invece bisognerebbe mettersi da parte, per narrare la storia delle Vittime delle tante Shoà che continuano “sotto traccia” nel nostro mondo pieno di violenza.
Deluso da certa retorica senza costrutto, ipocrita e senza conseguenze sul piano della prassi, proporrò, IN GIORNI NON CONVENZIONALI, dei testi per ricordare la storia di tanti olocausti minimali (ma non per questo meno aberranti), in modo da graffiare e aprire tante coscienze ancora chiuse alla consapevolezza della ferocia quotidiana che ci circonda.
Uno dei più grandi valori che ha dato la civiltà ebraica all’Europa è la Memoria. Essa non è il passato pieno di muffe e di ragnatele, ma l’Eterno Presente di tutto ciò che ha senso e valore per un essere umano: l’amore, il canto, l’amicizia, il dolore, la gioia.
Tutto ciò che ha senso “fa parte del Cosmo”, come diceva il grande scrittore ebraico Isaac Singer.


In questo mini intervento vi narro una Shoà futura, che si va preparando. Il Governo Italiano, introducendo il licenziamento per motivi economici senza possibilità di reintegro, prepara l'avvento di una nuova Shoà ai danni delle donne, oltre che un ritorno allo schiavismo greco/romano per gli uomini.
Le lavoratrici saranno ancora più esposte ai già tanti ricatti sessuali e alle varie discriminazioni presenti nel mondo del lavoro.
" O me la dai, o ti licenzio". Se passa quest'abominevole legge, questa frase diventerà il tormentone di una nazione regredita allo stato barbarico.



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CULTURA
26 marzo 2012
IL MOSCONE CONTRO I REALISTI

“ L’artista (se davvero vuole fare opera creatrice e divina) non deve copiare la natura e subirla, ma usare i suoi mezzi espressivi e crearne di nuovi.”
Paul Gauguin, Quaderno per Aline

“ Non è mai cosa cattiva scartare la verosimiglianza per raggiungere il mistero.”
Vincent Van Gogh.

In ogni sito di scrittura creativa si forma inevitabilmente il clan dei realisti.
In genere li potete riconoscere perché al posto di un colorato e immaginifico avatar e di un geniale nickname (due delle poche grandi invenzioni del Web), amano presentarsi con una tristissima fototessera, del tipo di quelle scattate nelle malconce stazioni ferroviarie della provincia italiana.
Solitamente se la autoscattano con la loro faccia molto sfocata e sullo sfondo, in modo da risparmiarci le inevitabili ingiurie cui il tempo ci sottopone.
Altri invece, senza nemmeno il gentile pudore del primo tipo di realista, ce la sbattono in primo piano senza pietà, con risultati estetici alquanto ributtanti e sconfortanti, di solito.
Il passo successivo è presentarsi col loro “vero” nome e cognome e cominciare a postare i loro testi dove magnificano la loro sobrietà e incensano il loro essere corazzati contro la passione e i capricci irrazionali dell’immaginazione.
Ci parlano dei fichi secchi che mangiano a colazione e della carta igienica che impiegano nell’andata al bagno, e dei modi in cui la piegano (anche se bruttata) e la eliminano con lo sciacquone.
Quando affrontano problemi economici o sociali o politici, ovviamente hanno sempre ragione loro, perché sono freddi, misurati, equilibrati e soprattutto i depositari della verità assoluta della “Realtà”.
Dopo una trentina di pezzi di presentazione, ne fanno invariabilmente uno contro quelli che invece usano gli avatar a icona e i nickname di fantasia.
Naturalmente, a parer loro, sono delle persone scadenti perché si nascondono dietro maschere e false generalità e pertanto, quello che scrivono non può che essere che fuorviante e deleterio.

- Paul Gauguin: "Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?" -

Cari realisti fototessera e fotocopia, ve la racconto io una bella verità, relativa e soggettiva quanto volete, ma di gran classe, alla Moscone:
La vostra supposta (in tutti i sensi) sobrietà altro non è che una forma d’ebbrezza, e di quelle peggiori, quella DEL POTERE.
Il vostro rapporto d’amore con la realtà è per l’appunto un gusto, una passione per ottenere un’arma per dominare gli altri.

Il realista scatta una bella polaroid con la sua grigia penna ( o tastiera) monotona e urla: (fingendosi però, ipocritamente modesto e moderato.)
- Questa è la vera montagna, questa la nuvola autentica: le vostre di colore viola, storte, col sorriso o con gli occhi pieni di lacrime sono solo bugie!
- Ma chi lo dice realista?
- La Polaroid!
- Ahahahahahhaha! risata del non realista, che non ama venire definito).

Chi ha dimestichezza con i libri di storia sa bene che tutti i cosiddetti giudizi “reali” nascono da abitudini mentali e luoghi comuni che si basano su assuefazioni millenarie.
Ad esempio, in occidente il nero è il colore del lutto e in oriente invece il bianco, e potrei andare avanti per ore, con un catalogo del genere infinito.
Ma l’atteggiamento più pericoloso dei realisti è questa ebbrezza, questa smania di Potere che li porta a sopraffare le altre persone con i loro cosiddetti metri oggettivi e i loro canoni di riferimento “reali”.

Se volete salvarvi dall’arroganza delle loro fototessere, care amiche e amici visionari ma personali, createvi subito un bell’avatar colorato e immaginifico e un bel nickname di fantasia, e, datemi retta, seguite i consigli aurei di Gauguin e Van Gogh:
COLORATE E MUSICATE E CREATE LA VOSTRA REALTA’ E STATE AL LARGO DAI REALISTI E DALLE LORO SMANIE DI POTERE!
NON COPIATE E NON SUBITE LA NATURA E LA REALTA', REINVENTATELA!




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musica
23 marzo 2012
PANTHEON WEBROCK - Dioniso -

Durante una delle sue tante scappatelle, il sommo Zeus concepì un bimbo di nome Dioniso, con una povera mortale di nome Semele, che volle vedere a tutti costi il suo vero volto e rimase folgorata e incenerita da quella rivelazione.
Dioniso nacque in quell’istante, nella vampa del fulmine: il signore dell’Olimpo lo trasse fuori dall’utero di Semele, mentre diventava cenere fumante.
Così Zeus diventò la seconda madre di Dioniso: si squarciò una coscia e mise dentro il feto, come in un’incubatrice, ricucendosi la pelle con fermagli d’oro.
Quando fu maturo, Dioniso venne liberato dalla gamba del padre, e presentato al mondo come suo figlio.
Non l’avesse mai fatto, il possente Zeus!
Si scatenò la terribile gelosia di Era, sua moglie, che voleva uccidere Dioniso a tutti i costi!
Zeus, in tutta fretta, nascose il bambino a Nisa, in una grotta profonda e oscura.
Ma non servì a niente.
Era liberò dal profondo del Tartaro i possenti e orrendi Titani e ingiunse loro di ammazzare Dioniso,
Come implacabili segugi, i Titani rintracciarono il bambino divino.
Per distrarlo e attirarlo fuori dalla caverna gli lanciarono dei giocattoli: una trottola, una bambola snodabile, una palla, una mela, dei dadi e uno specchio.
Dioniso uscì dalla spelonca e cominciò a guardarsi nello specchio.
I Titani si dipinsero il volto di bianco, con del gesso.
Prepararono le armi: lunghe lame affilate, nodosi bastoni massicci e le loro mani potenti e rapaci.
Mentre si specchiava gli piombarono addosso.
Mente la prima lama stava per decapitarlo, il dio vide con stupore che nello specchio non c’era la sua immagine: vi osservò riflesso il mondo!
- Che bel gioco! - esclamò, mentre la sua testa veniva spiccata dal busto e le sue membra stappate ad una ad una dalla furia dei Titani.
- Dunque questo mondo, gli uomini e le cose di questo mondo, non hanno una realtà in sé, sono soltanto una visione, un’ allucinazione divina e nello stesso tempo quelle immagini sono corporee, sono il pulsare del sangue, l’alito del respiro, il fluire dell’energia del Cosmo.
Sono forme apparenti ma non perché esiste una verità ultima, nascosta, vera che le trascende.
Sono illusorie solo nel loro credersi separate , isolate dal grande unico gioco divino, fantastico e violento, che invece le contiene!
Sì, che bello spasso, divertente!
Mentre il coltello degli assassini calava su di lui, Dioniso smembrato appariva prima come un giovane, poi come un vecchio, poi ancora neonato e poi ancora adolescente.
E ancora una volta i Titani lo aggredivano e lo facevano a pezzi.
Allora Dioniso si trasformava in leone e ruggiva scuotendo la fulva criniera e poi in un cavallo che s’impennava, mentre il sudore biancastro gli ricopriva il mantello nero lucido.
E ancora i sicari lo bloccavano e lo massacravano ma lui diventava un serpente che s’attorcigliava al loro collo, strangolandoli, e poi in una tigre che li azzannava e li artigliava.
Infine si mutava in grande toro che li caricava, buttandoli a gambe all’aria!
Furibonda Era, vedendo che i suoi assassini non riuscivano nel compito, scese di corsa dall’Olimpo e urlò, in modo agghiacciante, nelle orecchie di Dioniso/toro.
Finalmente, tramortito, il toro crollò sulle sue zampe.
I Titani, cauti, s’avvicinarono e lo squartarono.
Presero il suo corpo fatto a brani, lo misero in un calderone e lo cucinarono come fosse uno spezzatino, che venne dato in pasto a tutti gli uomini.
Quando Zeus scoprì l’omicidio, incazzato come una belva, fulminò all’istante i Titani e ricompose il corpo straziato del figlio, restituendolo alla vita.”

La maschera, per i greci e i romani, era uno dei simboli più praticati per indicare Dioniso.
Perché la maschera è ambigua e Dioniso è il dio che, per eccellenza, sfugge a ogni definizione univoca, a ogni etichetta stereotipata.
E’ la tempo stesso maschio e femmina, divino e animale, umano e immortale.
Può essere dolce e crudele, sereno e folle, gioioso e furente, affettuoso e invasato.
Può portare l’uomo all’entusiasmo, carezzandolo col dono del vino e un momento dopo può annientarlo con violenza bestiale e implacabile.
Dioniso è l’ignoto, è la vertigine del Nulla – o del Tutto , dipende tutto dall’intima natura del suo “bevitore”- che a volte ci folgora, senza una vera ragione, nelle nostre giornate noiose.
Un abisso si apre all’improvviso sotto i nostri piedi e veniamo trasportati al di là di ogni legge e di ogni sicurezza; la Sua potenza invincibile fa vacillare il mondo stabile del quotidiano, dissolve il mondo in un gioco di fantasmagorie, distruggendo quella fragile illusione che chiamiamo “Io”.

Estasi è il gioco che ci propone: andare fuori di testa secondo l’accezione moderna o essere posseduti dal dio, secondo gli antichi.
Puoi essere condotto verso la beatitudine ma puoi anche attraversare la porta che schiude un mondo da incubo, dove l’umano si perde per sempre, sconfinando nella dimensione parallela del delirio.

Dioniso è riemerso prepotentemente alla luce negli anni ’70, grazie a geniali gruppi di rock’n’roll che hanno spinto migliaia di genitori allarmati a chiudere in casa le loro figlie ( e spesso pure i figli) in casa, ogni volta che le loro tournee dionisiache arrivavano in città.
Dioniso si reincarnò in Jim Morrison, Mick Jagger e Robert Plant.
Li ispirò con il blues, ma questi geni dionisiaci lo portarono in incredibili escursioni fuori pista, toccando generi musicali alquanto esotici.
Le adolescenti sbroccavano e si spogliavano, dando vita a bande alluppate di Menadi chiamate groupies, e i ragazzi minacciavano in suo nome di cambiare il mondo e di bruciare tutto il denaro e tutte le armi del mondo.

Poi, la violenza e l’oro hanno vinto ancora e Dioniso sembra essere tornato in qualche suo abisso.
Ma state attenti, pseudo potenti del mondo, la profondità del delirio è sempre aperta, si dischiude appena sotto i vostri piedi, anche se non la vedete.
Se un giorno Dioniso busserà alla vostra casa, sprangare tutte le porte non basterà a salvarvi.


Ecco i miei:
Consigli per l’ascolto:

THE DOORS:
- Break on trough (to the other side)
- The end

ROLLING STONES
- Jumping jack flash
- Simpathy for the devil

LED ZEPPELIN

- Whole lotta love
- Stairway to heaven




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CULTURA
21 marzo 2012
LE GIOIE DEL MARGINALE SECONDO KAFKA

“ Noi artisti paghiamo un prezzo incredibilmente alto di salute, di gioventù, di libertà, delle quali non dobbiamo godere nulla, proprio come il ronzino che tira una carrozza di gente che godrà, loro sì, la primavera.”
Lettera di Vincent Van Gogh al fratello Theo.


Franz Kafka racconta in un suo diario che dopo il lavoro, amava stare disteso sul fondo di una barca a Praga, sulla Moldava, per farsi notare dalle persone che passavano sui carri, sul ponte sovrastante. Scrive:
“ Così disteso provai le gioie del marginale.”
Ci sono dei passi che ci rendono amico un autore, di là del fatto che sia un genio o che venda milioni di copie.
In questo senso Kafka è sempre stato, insieme a Baudelaire e a Italo Svevo, il migliore dei miei amici.
Magari li leggo meno rispetto ai miei prediletti visionari Blake, Rimbaud e Nietzsche e altri della loro eredità, ma questi autori mi sorreggono in particolari momenti importanti della mia esistenza.
In quell’episodio Kafka tratteggia una forma di resistenza antieroica contro la Società, il mostro che ci assedia da ogni parte.
Oggi giorno abbiamo ancora bisogno della sua lezione, perché la Società è diventata qualcosa di spaventoso, dalla quale ogni persona dotata di un minimo di sensibilità si sente usata per fini che gli risultano ignoti, espropriato e fagocitato da una macchina globale.
Ho sempre provato un profondo orrore per tutti i Prometeo, gli Ercole, i Mida che vogliono guidare l’umanità verso i gloriosi traguardi del Progresso, dello Sfruttamento delle risorse naturali, del Profitto; e così facendo distruggono la vita e il nostro unico pianeta e ignorano il potenziale creativo della maggioranza degli uomini.
Ho sempre adorato invece quelli come Kafka, gli Orfeo che scendono cantando, con la cetra o la penna in mano, nei desolati Inferi della loro sconfitta, per trovare la loro anima autentica.
Franz se n’è sempre fregato di farsi pubblicare per diventare uno scrittore di professione, nonostante i continui incoraggiamenti di Max Brod, l’unico amico che in vita ne ha riconosciuto l’immenso talento.
Tant’è che in punto di morte, gli ha ordinato di bruciare tutte le sue opere geniali, disobbedito per nostra fortuna dal buon Max.
Kafka era più interessato alla ricerca sul campo, i vasti territori della sua mente e della sua anima.
Indagò soprattutto quel “disagio” che si creava tra l’orribile Società che lo circondava e la sua anima.


La Società - chi è onesto lo sa bene- che ci circonda è un meccanismo di rara violenza e sopraffazione, perché ha un solo valore di riferimento: fare soldi, produrre Profitto o morire.
Il suo metodo d’organizzazione è molto semplice e brutale, in fin dei conti: sbattiti per fare il tuo profitto e non darti il fastidio di vivere quello che sei veramente.
Accontentati di sopravvivere, in un mondo di predoni di profitto è già tanto.
Tutti dovrebbero ascoltare la loro coscienza e agire in base a quello che per loro è giusto o sbagliato, buono o malvagio; invece, se ci fate caso, restano tutti passivi, catatonici, lobotomizzati dentro il loro nido del cuculo piccolo borghese.
La malattia più grave del nostro tempo è la stracca indolenza, e il fare sempre come dicono gli altri; la mamma, il papà, il Presidente, la Banca, il Prete, il Becchino...
Kafka invece sapeva che la nostra anima contiene l’infinito e che desidera saziarsene.
Lo chiamava “l’indistruttibile dentro di noi”.
Franz aveva scoperto qualcosa di orrendo: il nostro potenziale creativo non interessa al Profitto, al Progresso, allo Sfruttamento.
Molti di noi vorrebbero saziarsi di Spirito libero e creativo per irradiarne l’energia su tutte le altre persone.
La Società lo proibisce: pochi privilegiati impediscono ai loro schiavi di cercare la propria anima e di diffonderne il profumo verso gli altri, con inesausto gesto d’amore.
Come tutti i grandi veggenti, Kafka “ha visto” che viviamo sopra un crudele Mostro immondo: la Società globale.
Una terra fatta di carne ostile, di collera, di continui soprusi, di viscere sventrate.
Sapeva che se avesse rivelato questa verità direttamente sarebbe stato eliminato e allora elaborò la strategia del fingersi sconfitto e debole.
Nel suo capolavoro, il racconto “La tana”, la creatura inseguita sotto terra da un misterioso nemico, che scava dei canali e dei cunicoli per raggiungerla, scava a sua volta delle gallerie per crearsi quante più vie d’uscita possibili; in questo modo, paradossalmente, va incontro alle gallerie scavate dal suo aggressore.
Il disagio della Società provoca la necessità di elaborare un meccanismo di difesa.
Kafka cerca la libertà dalla Società nella liberazione dal conflitto con la stessa Società e da quella continua tensione che è implicita nel conflitto, perché sa che da solo ne sarebbe consunto e distrutto.
Finge di essere anche lui “passivo”, “ottuso”, “drogato d’oblio”, come tutti gli altri schiavi della Società, per continuare a scrivere e a denunciare la bestia immonda della Società e il disagio che provoca; in modo da liberarsene un giorno tutti insieme.
Kafka si nascose per rivelare con i suoi racconti,alle future generazioni, quell’Orrore.
Sapeva che se anche non fosse riuscito ad avere successo, il suo lavoro sarebbe stato decifrato, compreso e continuato.
Aveva una grande fiducia nelle Spirito indistruttibile dell’uomo, e sapeva che non si è mai soli a credere nelle cose vere.
E allora, che poteva importargli se era una nullità, uno sconfitto?
Sapeva che la storia delle persone è come la storia del grano: se non si seminano in terra per germinare e diventare famosi nel tempo presente si possono macinare per diventare pane buono per il futuro.
Ecco perché Franz Kafka, se pur sconfitto in vita e morto e sepolto, parla ancora alle generazioni del futuro, con le proprie opere.
Ecco perché Franz Kafka è un mio grande amico e un faro per chi non si è fatto fottere dalla Società.
Per chi come me, è sconfitto, ma è pane buono per il Futuro.



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CULTURA
16 marzo 2012
PANTHEON WEB ROCK - Demetra e Persefone, le Eleusine -

“ Il sonnambulismo è il modo più vero
di andare con l’anima verso il mistero.”
Vincenzo Incenzo, Dracula Opera Rock.

“Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Dalle
morti viene il nutrimento e la crescita e il seme.”
Inno a Demetra

"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore produce molto frutto" ( secondo Giovanni: 1 2, 24)

Chi può raccontare il dolore di una madre che perde una figlia?
Ci provano certe trasmissioni televisive tipo “Chi l’ha visto?”, quando ci appaiono certe madri disperate che cercano le figlie scomparse.
Ci sembrano affannate e dolenti, in quei programmi serali.
Se osserviamo bene le luci nei loro occhi (le uniche immagini sincere della televisione), sono smarriti e tenaci nello stesso tempo.
Sono gli occhi di Demetra.
In realtà, solo i miti antichi permettono di elaborare e avvicinarsi al cuore oscuro della sofferenza umana.
Solo attraverso le maschere degli dei greci possiamo sfiorare la verità tremenda e incandescente del nero cuore umano.

Fu il sole a svelarle la verità. Sua figlia Persefone era stata rapita da Ade, il dio dei morti.
Trascinata sotto terra contro la sua volontà, mentre stava giocando e raccogliendo un narciso.
Inghiottita, lei che era appena una bimba, nell’oscurità più terribile.
Il narciso per gli antichi greci era il fiore della Narke, del sonno, della catalessi, del sonnambulismo.

Che cosa era successo, in verità?
Ade, stanco di vivere da solo nell’oscuro palazzo delle Ombre aveva richiesto a suo fratello, il possente zeus, una sposa, o avrebbe liberato i Titani incatenati nel profondo, scatenando una guerra terribile.
Zeus accettò l’accordo ma non aveva fatto i conti con le donne, e in particolare con la grinta e la furia della Madre delle madri, Demetra.
Per nove giorni Demetra, furibonda, cercò invano Perfefone.
Interrogò ogni uomo che incontrava, chiese notizie agli uccelli del cielo e alle fiere della foresta, domandò a trenta milioni di dei, se mai qualcuno avesse visto la sua bambina.
Non tollerava l’indifferenza; chi la ignorava veniva incenerito.
Il decimo giorno le venne incontro la dea lunare Ecate, che aveva udito le grida di Persefone rapita e la indirizzò al sole, che dall’alto tutto vede e tutto sa.
Il sole le narrò quello che era successo, commosso dal dolore della Madre.
Doveva inchinarsi al volere superiore di Zeus.

Demetra invece sfidò quel crudele volere e prese una terribile decisione.
Guai a sottovalutare le sofferenze di una madre.
Avrebbe abbandonato la terra di cui era Madre; avrebbe lasciato che i campi pieni di spighe diventassero sterili e gli alberi carichi di frutta diventassero secchi e spogli come scheletri neri e se ne sarebbe andata da sola, vagabonda e mendicante, tra gli uomini, trasformata in vecchietta malata e stanca, con il volto coperto da un velo nero, per cercare ovunque la figlia perduta.
Non ci sarebbero state più primavere, avrebbe abbandonato la terra fertile allo stesso destino che era stato riservato a sua figlia.
Presto tutto cominciò a morire e gli uomini non avevano più nulla da offrire agli dei.

Zeus, preoccupato dalla tremenda catastrofe, riuscì a stabilire una mediazione con Demetra e a placare la sua incontenibile furia.
Venne stabilito che Persefone abitasse durante l’inverno presso l’oscura reggia di Ade e che potesse ritornare dalla Madre Demetra soltanto in primavera, quando la terra si copre di fiori, ritrovando i suoi profumi e i suoi colori.
Una volta accettate queste parti, Demetra, felice di poter rivedere sua figlia, con un semplice gesto trasformò il mondo.
I fiori tornarono nei prati, le spighe ripresero a oscillare al vento e i rami degli alberi erano di nuovo appesantiti dai frutti.
L’umanità era salva.
Gli dei tornarono a ricevere offerta e sacrifici dagli uomini.

- Ade, il dio invisibile e innominabile -

MYSTERIA ROCK

Nella musica rock ci sono state grandi artiste che hanno utilizzato il linguaggio di Demetra e Persefone, manifestando un forte istinto materno ma con uno stile grintoso e vigoroso come qualsiasi rocker maschio.
Le loro vite hanno conosciuto la sofferenza e alle volte la tragedia di un amore disperato, che si è risolto nelle ricerca di una maggiore vitalità.
Ecco i miei

CONSIGLI PER L’ASCOLTO:

Tina Turner: What’s love got to do with it
Janis Joplin: Summertime
Chrissie Hynde/ Pretenders : I’m a Mother
Pat Benatar: Hell is for children
Joan Jett & Blackhearts : I love rock’n’roll




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musica
14 marzo 2012
PANTHEON WEB ROCK - Ermes -

“ Il ballo e la musica piacciono agli dei più dei riti e delle preghiere.”
Natya Shastra

“ Bisogna lodare, è vero, tutti gli dei.”
Platone, Simposio

“Chiamate, vi prego, il mondo “la valle del fare anima”. Solo allora scoprirete a cosa serve e quanto è vasto il mondo…”
John Keats, lettera al fratello.

“Mi piace pensare che le origini del rock’n’roll siano simili alle origini del teatro greco. Il quale ebbe inizio nelle aie, in stagioni decisive, e in un primo momento consisteva in un gruppo di accoliti che danzavano e cantavano.
Poi, un giorno, una persona posseduta uscì dalla folla e incominciò a imitare un dio.”
Jim Morrison, intervista

Un testo, un quadro, una musica, un dio.
Contenitori per la nostra esperienza che è insieme conoscenza, suggestione e sofferenza.
Gli dei sono immagini che si fanno carne, fuoco psichico, ritmo mentale, scarica d’adrenalina e fiotto d’altri ormoni fantasmagorici naturali.
Chi accede al Pantheon Webrock non deve imparare qualcosa, come nelle polverose e noiose scuole, ma deve PROVARE UN EMOZIONE ed entrare in un certo stato di possessione divina.

 Il resto è letteratura.


.


Ermes, Mercurio per i latini, è figlio di Zeus – che ne fece il suo messaggero dai sandali alati – e di Maia, astro splendente della costellazione delle Pleiadi, nonché fratello di Apollo.
Nasce in Arcadia e si mostra subito furbo e inventivo, ama fare dispetti e fabbricare strumenti musicali.
Inventa la prima lira e il flauto e li baratta con Apollo, avendo in cambio il suo caduceo d’oro, che ha il potere di svegliare o di sedare le menti degli uomini con la magia e gli incantesimi dell’arte.
Ermes è il grande connettore, dio supremo di noi bloggers, che crea vie di collegamento tra i vari campi dello scibile e della ricerca.
Mediatore delle contese, protegge gli eroi con astuzie sempre nuove, possiede alle trasformazioni o le impedisce; percepisce le differenze tra i vari tipi di pensieri ed emozioni.
Ogni tanto è un ladro provetto ma generoso e guida i viaggiatori verso la loro meta.
Accompagna sollecito e pietoso le anime nell’ombrosa casa dell’Ade.
Si muove in silenzio, agilmente: con un lampeggiante fruscio appare e scompare, inafferrabile.
E’ polytropos: può assumere forme molteplici e subdole incantando chi lo incontra.
La magnetica attrazione per gli scherzi, i cambiamenti, le improvvise apparizioni, ne fanno il protettore del divenire vitale, dei passaggi casuali o necessari che toccano ad ogni anima.
Da uno stato animale o vegetale a uno consapevole, da una virtù a un vizio e ritorno, passiamo per delle porte dove, se non abbiamo fretta, possiamo conversare con Ermes, il possente annunciatore degli dei: staffetta di Zeus.

MYSTERIA ROCK

Jimi Hendrix, Pink Floyd, Genesis, il rock progressivo: gli artisti ermetici amano creare esplorando le possibilità della tecnica musicale e dell’apparecchiatura tecnologica connessa, utilizzando lo studio di registrazione come strumento musicale a sé.
Gli artisti ermetici sono più attratti dalla ricerca artistica che dalla produzione di saponette di consumo.
Ermes li ispira a espandere e a superare le costrizioni formali, strutturali e tecnologiche.

Ecco i miei

CONSIGLI PER L'ASCOLTO:

Angel: Jimi Hendrix

Shine on you crazy diamond (part II): Pink Floyd

Supper’s ready: Genesis


© di Mauro il Moscone





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cinema
7 marzo 2012
I VISIONARI E I GUARDONI - Storia delle Ombre che si muovono -

Nella prima parte ho esposto la mia tesi, secondo la quale l’espressione culturale del Web deriva dalla settima Musa, il Cinema.
Ho anche affermato che la storia del Cinema ha da sempre seguito due percorsi, il lato Visionario, che mira a creare una dimensione immaginale alternativa e parallela alla cosiddetta “realtà” sociale ed economica e la parte Voyeuristica, dominata dalla psicologia del Guardone, caratterizzata dalla quasi totale passività del fruitore di fronte agli stimoli vitali dei suoi desideri e in alcuni casi, da una resa incondizionata alla presa della realtà sociale del momento.

Divido pertanto la mia personale storia del cinema in due periodi: dal teatro delle ombre cinesi al Peep-Show; dal Peep-Show, passando dalla lanterna magica alla pellicola inventata da Georg Eastman, dal Kinematograph e al Kinetecosopio di Thomas Edison al digitale, fino ai video di Youtube caricati nei Social Forum.
Il primo periodo che vado a narrare è quello dove l’atteggiamento Visionario predomina in modo schiacciante su quello voyeuristico.

- L'uomo e il bisonte, pittura rupestre del pozzo della grotta di Lascaux (Dordogne) -

Mi piace pensare che la storia del cinema origini in quelle grandi caverne dove, i nostri antenati accendevano fuochi per scaldarsi e difendersi dalle belve che gironzolavano libere e minacciose fuori dai loro antri.
Per esorcizzare la paura d’essere divorati, questi uomini scimmieschi usavano le fiamme dei falò per proiettare sulle pareti delle caverne le ombre delle loro dita, che imitavano la tigre dai denti a sciabola o il grande orso grigio.
E’ ormai certo che la pittura nacque proprio grazie all’arte delle ombre.
Mente un ominide teneva ferma la posizione delle dita illuminate dal fuoco, un altro contornava l’ombra sulla roccia con un tizzone impregnato di nerofumo; poi riempiva la figura ottenuta con dell’ocra rossa e un possente bisonte era stato raffigurato (e in un certo senso catturato)!

- bisonte della grotta di Altamira, Santillana del mar in Cantabria, Spagna -

Non è provato da nessun testo, ma sono sicuro che in quel momento nasca il cinema, come un passatempo/esorcismo tra l’agguato di una fiera mostruosa e una caccia a qualche branco d’erbivori.
Ho sempre pensato, infatti, che il cinema non deriva dalla letteratura, dalla musica o dal teatro o dalla scultura, ma da uno svago e da uno sfogo psicologico che cerca di dimenticare la paura della violenza e della morte.

- "Sciamano" della grotta dei Trois-Freres (Ariege), riproduzione a mina -

Ritengo inoltre che quel passatempo/esorcismo fosse un fondamentale aiuto per l’essere umano nella sua decisiva trasformazione da preda in predatore.
Il teatro delle ombre come il Cinema hanno a che vedere, dalle origini, con l’evocazione e l’esorcismo e la consolazione della violenza e della morte.
E fin dall’inizio è sempre stato un rito notturno, da cui deriva il nostro fastidio nell’assistere a dei film di giorno.
E dal principio il teatro delle ombre è stato collegato con la credenza nella magia.
Il piacere dato dal creare e dal vedere quelle immagini scure (per il momento) in movimento è legato a quell’innata illusione di onnipotenza che è insita negli istinti umani.
Posso inventare un mondo diverso e alternativo a quello delle tigri dai denti a sciabola che vogliono mangiarmi per cena, quindi sono uno Stregone; anzi di più, quindi sono un Dio.
Vengo a raccontarvi il primo documento codificato della nascita del teatro delle ombre e quindi, del Cinema.

Una leggenda vuole che l'Imperatore cinese Wudi (140-85 a.C.) fosse divenuto molto triste in seguito alla morte della sua concubina Li Furen. Per consolare il sovrano, i suoi eunuchi fecero scolpire una figura in legno simile alla donna e ne proiettarono l'ombra su una tenda. L'Imperatore credendo che fosse lo spirito della sua amata che tornava a fargli visita si sentì consolato.
La prima volta che ho letto questa storia, sono balzato in piedi per la gioia!
Questa è la sintesi perfetta del Cinema!

Tutte le mie ipotesi sulle prime invenzioni dei nostri avi cavernicoli è qui riassunta in modo perfetto.
Il teatro delle ombre è nato, pare quasi in contemporanea, in India e in Cina ed era legato a un rituale religioso, connesso a celebrazioni funebri e serviva per evocare con l’immagine il defunto, appena cremato.

Originariamente lo spettacolo delle ombre era limitato al pubblico maschile.
Solo gli uomini potevano essere sia gli attori dietro lo schermo che gli spettatori davanti.
Quando le donne cominciarono a esservi ammesse, gli fu consentito di assistere solo alle dinamiche delle ombre, perché già loro era il potere della fecondità e della discendenza delle famiglie umane.
Sembrava troppo concedere loro anche il potere della Visione.
Questo è un evento sociale importante, perché sancisce come lo spettacolo delle ombre sia nato riservato ai soli uomini; caso psicologico che porterà alla seconda via del Cinema, quella del Guardone, che non vuole creare una Visione alternativa, ma che vuole essere posseduto passivamente dalla realtà quotidiana e dai propri istinti regressivi, quelli che lo spingono a tornare nell’utero materno per paura, un mondo psichico umido ma desertificato, senza colori, musiche e meraviglia.


- Fine della seconda puntata-




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CULTURA
5 marzo 2012
I VISIONARI E I GUARDONI (viaggio nell’archeologia del Cinema e del Web)

“Io non conosco altro cristianesimo e altro vangelo che la libertà corporale e spirituale di esercitare le divine arti dell’Immaginazione e della sacra Insurrezione.”

William Blake.

In fin dei conti il Web non è mai esistito.
Internet è solamente una seconda possibilità del Cinema, la settima arte.
Questa Musa si è evoluta per due percorsi.
Il primo è lo Spettacolo, una dinamica successione d’immagini, luci, suoni e colori che mira alla creazione di un sostituto del mondo ritenuto “ reale” in quel momento.
I Visionari sono gli artisti della via dello Spettacolo.
















- Rimbaud, Nietzsche, Blake: i Signori della Visione occidentale, venerabili e sacri Maestri -


Il secondo percorso è quello del Buco della Serratura, che per il suo metodo richiede sia lo svelamento impietoso dell’erotico che l’impudica osservanza di una vita definita come “vera”, e imita l’accomodarsi osceno e indiscreto del Guardone o la scossa del cespuglio che punta un cannocchiale, la prima telecamera, verso il seno che si lava lontano, in una finestra male illuminata.

- Peeping Tom: lo spione di Lady Godiva, l'archetipo del Guardone anglosassone -

Le dita, rese agili da ore innumerevoli di pratica coatta, scivolano lubrificate sulla tastiera a illuminare il Video.
Il Monitor, sublime cinepresa del Voyeur, come Prajapati, il dio che tutto vede e tutto sa, soddisfa la nostra naturale voglia di onnipotenza.
Possiamo spiare gli altri dalla nostra altezza e con la libidine della nostra prospettiva e possediamo i poteri dello Yoga al contrario.
Non bisogna ubbidire ai noiosi precetti di quei vecchiacci Indù: capire dalla fragilità d’ogni nostro respiro che non siamo autosufficienti, e che in ogni momento prendiamo al Brahman e restituiamo, teneri involucri umidi votati al vento e alla cenere, un alito della nostra impalpabile vita.
No: subdoli, diabolici, stupefacenti ed eccitanti, sono i nostri nuovi poteri di Guardoni.
Farsi invisibili o piccoli.
Ingigantire e raggiungere le cose più lontane, come Gulliver.
Cambiare il corso della natura. Disporsi ovunque nello spazio o nel tempo, come Myrddyn, lo stregone di Artù.
Evocare i morti, come Herr Frankenstein.
Esaltare i sensi e percepire immagini inaccessibili, di accadimenti in altri mondi, nel più profondo e intimo della propria mente, o nella mente degli altri, come E.A.Poe, Baudelaire, Lovecraft.

Succhiare la linfa di altre anime, irrorandoci i canini, come Bela Lugosi mentre impersona Dracula. Noi, fantasmatici, transilvanici, quieti vampiri; svolazzanti e lugubri in territori da cui ogni Van Helsing è stato abolito.


Scaricati Fellini, Bergman e Kurosawa, il Web ha scelto il percorso del Voyeur e siamo stati resi tutti Guardoni.
Non tutti in un senso strettamente clinico o criminale, ma nella nostra relazione psicosomatica quotidiana con il mondo.
Non siamo seguiti dagli investigatori ma come guardoni siamo lo stesso repulsivi nella nostra anonima oscurità, invasivi nelle nostre segrete spiate.

Come i Guardoni (sospendo da ora il termine dell’analogia, perché dopo Google e Facebook ormai siamo tutti voyeur, consapevoli o meno) facciamo compassione quanto siamo soli.
Siamo diventati troppo presuntuosi per essere cristiani autentici o buddhisti genuini.
E stranamente, è proprio grazie al nostro silente isolamento e al nostro banditesco romitaggio che possiamo diventare, in automatico colpo di click, partner mentali e quindi sessuali e pertanto – faccenda amata in particolar modo dai cacciatori di gonzi guardoni, tipologia di voyeur che affronteremo in seguito – economici di chiunque sia a portata di vista e di tastiera.
Questo è il nostro minaccioso Potere.
Per noi tutte le case sono di vetro, trasparenti.
I nostri tipi di attività sono impossibili all’aperto e incompatibili con l'ossigeno e le nostre ombre sono tutte disegnate con i pixel.

Siamo civili masturbatori (il nostro ritmo onanistico non è mai convulso ma signorile) e abbiamo specchi come carte d’identità: le finestre degli altrui portatili sono le nostre prede.
Tutti i loro eventi segreti sono i nostri trastulli al Parco Giochi.

Siamo irrecuperabili: ci vorrebbe Gesù per guarirci la vista malata, con lo sputo vaginale di una escort redenta nella sua consorte Maddalena.

- Fine della prima puntata -




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sessualità
24 febbraio 2012
IL CACCIATORE DI SOGNI di Rubrus e il Moscone

“Vocatus atque non vocatus deus aderit”
Invocato o meno, il Dio verra’ comunque.
“Timor dei initium sapientiae”.
Il terrore dato dal Dio è l’inizio della sapienza.

“Sì, il Dio sarà sul posto, ma in quale figura e a quale scopo?”
Carl Gustav Jung.


La nostra storia comincia sul monte Olimpo, dove un inferocito Apollo si reca nel palazzo di Eros e Thanatos, dipinto di rosso e di nero, per trattare con loro importanti questioni.
Incredibile a dirsi, li trova in un ampio salone intenti a pigiare i tasti di strane tastiere, collegate a ben più strambi video luminosi.
Sono vestiti di cuoio e di metallo e sfoggiano delle pettinature da ragazzacci cyberpunk.
Apollo, sapete bene quant’è bello e profumato e biondo: il solito perfettino, l’eterno primo della classe.

- Apollo -

- Buongiorno, fratelli terribili, che cosa state combinando così conciati? Sembrate degli inservienti alle fucine di Efesto…
- Buongiorno a te, caro Apollo, splendente forza solare! - lo saluta sensualmente Eros.
- Lascia stare i salamelecchi, sorella e ascoltatemi bene tutt’e due.
- Ehi, vacci piano con i tuoi soliti modi monoteistici e autoritari, che cosa vuoi da noi, Divino? - borbotta Thanatos con la sua voce cavernosa.
- Vengo subito al dunque. Come forse saprete (ma dubito), perché adesso state tutto il santo giorno incollati a quelle cose luminose, sono il Dio della Medicina e della Salute, e molti umani nei loro sacrifici si lamentano di voi. Mi dicono che li attirate in trappola, con le vostre irresistibili (per loro) lusinghe e con l’aiuto di quei “cosi”, come accidenti si chiamano…
- Computer, Apollo, computer…
- Grazie Eros. Allora mettiamo in chiaro subito la situazione: io rappresento per gli umani il Bene, il principio universale della conservazione della vita. Pertanto, la dovete smettere con i vostri giochetti, che finiscono invariabilmente con la distruzione di quei poveri esseri a due gambe. Altrimenti, mi vedo costretto a denunciarvi a Zeus!
- Apollo, vieni qui dai, perché non ti rilassi? - Eros si avvicina al biondo Divino e comincia a praticare dei sapienti massaggi sui suoi possenti pettorali.
- Caro il mio Febo, – continua Thanatos – si vede che te ne stai troppo in alto e distante e vai poco in giro per le strade polverose e fangose degli umani. Li osservi solo nelle funzioni religiose, quando gli umani sono truccati da bravi cittadini, conformisti quanto dissimulatori. Ascolta me ed Eros, che li frequentiamo più a fondo e vediamo cosa fanno una volta che si tolgono di dosso quelle ipocrite maschere sociali.
- Quando sono dietro le porte delle loro case, noi vediamo come
si comportano, perché siamo sempre con loro.
Ci sono simpatici, quegli animaletti, ci fanno divertire.
- Lo sai, no? E’ così tedioso essere immortali – aggiunge Eros.
- La protezione della vita, l’ideale del Bene, la ricerca del benessere,
non sono per niente ciò che orienta l’esistenza umana, mio Sole.
La loro tendenza primordiale non è la conservazione delle loro vite mortali,
ma è il godere senza limiti, la dissipazione; il desiderio di provare piacere
al di là di ogni principio razionale, sociale ed economico.
- Queste sono menzogne Thanatos! Bugie che servono per giustificare la
tua presenza sull’Olimpo!
- Calmati, Apollo. Tanto per cominciare, sono venuto nell’universo prima di te, insieme al primigenio Desiderio.
Ragiona, tu che sei il Dio del ragionamento: se l’uomo cercasse il Bene come dici, perché si rende schiavo del vino e di Dioniso?
Perché può mangiare fino a farsi scoppiare lo stomaco, fino a cadere nelle mie braccia?
Perché può rinunciare al cibo fino a morirne, se ostacolato nei suoi desideri?
Perché si sceglie come amanti persone che lo fanno soffrire e lo portano alla pazzia?
Perché l’ideale del Bene non è ciò che orienta la vita umana.

- Eros & Thanatos -

- Sofismi, sofismi, siete solo due ciarlatani di sofisti!
- C’è poi un’altra faccenda che vorrei ricordarti, bell’Apollo mio… -
Eros interviene nella discussione, avvicinandosi ad Apollo e strusciandosi
in modo felino sul suo corpo.
- Ti ricordo che Zeus, il giudice di tutti noi, il sommo legislatore, ha decretato che l’uomo è libero di scegliersi la compagnia del dio che più lo persuade e lo affascina.
Tu non puoi dire a noi come dobbiamo relazionarci con l’uomo e noi non possiamo dirlo a te.
E’ solo lui che può decidere con chi avere a che fare. Semplice, no?
- E detto questo – interviene Thanatos che ha preso l’aspetto di un enorme uomo barbuto – vorrei farti notare che di solito sceglie noi due…

Apollo s’infuria, anche se nulla traspare dal suo volto sereno, tranne forse un lieve tremolio della palpebra sinistra.
- Questa poi… e comunque succede perché l’uomo ignora che cosa sceglie. Se lo sapesse sceglierebbe me. O, potendo la sola Eros. Non certo te, Thanatos!
Eros si stacca da Thanatos e si avvicina ad Apollo, strofinandosigli addosso mentre Thanatos sogghigna.
- Davvero? – mugola Eros – no, mio caro Apollo, l’uomo sceglie noi, anche se sa perfettamente che cosa sceglie… anzi, proprio quando sa che cosa sceglie allora la sua scelta è più decisa, più netta…e sai che cosa ti dico?
A questo punto Eros si avvicina ad Apollo a tal punto da lambirgli l’orecchio con la punta della lingua.
- Penso che anche tu, potendo, sceglieresti noi due… ma sei un dio e
non hai facoltà di scelta, per questo sei sempre così di cattivo umore.
- Noi olimpici... - cerca di ribattere Apollo.
- Voi olimpici nulla avete potuto contro di noi, che eravamo prima di voi…
o credi che noi siamo qui grazie alla benevolenza di Zeus, anziché alla
sua impotenza? - interviene Thanatos – e adesso, caro Apollo, senza offesa,
ma quella è la porta.
Noi qui dobbiamo metterci al lavoro, e non abbiamo tempo da perdere con
i tuoi predicozzi. Tanti saluti ad Artemide, tua sorella.
- Siete una coppia di banditi maldicenti! Non finisce qua, la vedrete!

Era una questione di soldi (bella scoperta: è sempre una questione di soldi); per essere precisi, quelli della parcella dello psicologo. Il fatto era che questa faccenda dell’incubo ricorrente cominciava a essere una vera seccatura; anzi, per essere precisi (e ridalli! Non era una bella sindrome ossessivo / compulsiva, questa?) a essere fastidioso era che l’incubo ricorrente, se poi incubo era, non terminava.
Ora, uno dovrebbe essere felice di svegliarsi prima del terrificante epilogo delle proprie visioni notturne e, sotto ogni altro aspetto, Egidio era una persona comune. Quel dannato sogno, però, era tutto fuorché ordinario.
Cominciava con Egidio che, nudo, si trovava in un immenso biancore. Non c’era né sopra né sotto, né destra né sinistra, né alto né basso, né suolo né cielo: solo un candore infinito che si espandeva in ogni direzione – sempre supponendo che una direzione ci fosse – una pagina bianca grande quanto l’Universo e forse più e che racchiudeva l’eternità come i ghiacci del polo potrebbero imprigionare una macchia d’inchiostro.
Non c’era da aver paura (e, in effetti, Egidio non l’aveva, all’inizio, semmai un po’ di disagio).
Poi però arrivava il punto.
Un uomo adulto non dovrebbe aver paura di un punto (a ben guardare un ente matematico, un’entità adimensionale spaziale), ma il problema era che quel punto stava in mezzo all’eterno e all’infinto e, osservandolo, Egidio avvertiva, per la prima volta dall’inizio del sogno, di avere delle proporzioni, delle dimensioni così inadeguate che l’immensità nella quale si trovava, se fosse stata conscia della sua presenza (ammesso che vi fosse una coscienza, in quel bianco onnicomprensivo) l’avrebbe annullato, schiacciandolo come un punto nero sul viso di Dio.
L’unica salvezza era dirigersi verso quel punto, stabilire, rispetto a esso, le proprie proporzioni prima che la propria identità si dissolvesse nel tutto o nel nulla – secondo come si concepisse quel bianco.
Andare da qualche parte, se non esistono dimensioni, è tutt’altro che semplice e così Egidio cercava di concentrarsi sul punto, come se solo così facendo potesse dirigersi verso di esso; ma intanto il bianco lo circondava, lo premeva, diventava l’aria che respirava, l’unica cosa che i suoi occhi riuscissero a vedere, le orecchie a sentire, le mani ad afferrare… e a questo punto Egidio si svegliava.
E questa era la seconda stranezza. Per quanto ne sapeva ci si libera dagli incubi fuggendo da essi, non immergendovisi.
- Che cosa potrebbe significare, per lei, quel punto? - era l’unica domanda che, in pratica, lo psicologo gli aveva rivolto da tre sedute a questa parte. Un po’ troppo per la parcella, soprattutto se si considerava la definitiva precarietà che, ormai, le entrate di Egidio avevano assunto.
No. Il Dott. Ghirardelli gli stava spillando quattrini a vuoto, garantito.
E poi non ci voleva tutta ‘sta scienza per domande come quelle.
Egidio l’aveva capito subito, una volta che si era messo di buzzo buono a navigare in rete tra i siti di psichiatria e psicologia.
Il trucchetto delle domande, l’emersione dell’inconscio, il differente approccio tra freudiani e junghiani, ormai, lo padroneggiava a sufficienza.
Erano risposte quelle che cercava, adesso.

Per un po’ fu sicuro di averle trovate.
L’emersione dell’inconscio, l’inconscio che deve diventare conscio… quasi tutti i siti erano concordi che questo era l’obbiettivo della psicologia; certo, ce n’erano altri un po’ più complicati che lasciavano intendere che le cose non erano – o non fossero necessariamente – così, ma erano scritti in un modo talmente astruso e talmente riservato agli esperti (ai cosiddetti esperti, aggiungeva Egidio nella sua mente) che non era il caso di perderci sopra tempo e fatica.
Si mise d’impegno e, a furia di meditazione e di training autogeno e di corsi automotivazionali, giunse alla conclusione che, alla base di tutto, c’era un conflitto irrisolto dietro il quale si nascondeva il complesso di Edipo (da quanto aveva capito il complesso d’Edipo c’entrava con quasi tutto).
Arrivato lì, però, s’era fermato.
Il sogno iniziava sempre nello stesso (lui nudo in un mondo completamente bianco), proseguiva nello stesso modo (il minuscolo puntino) e finiva quasi nello stesso modo: lui che cercava di dirigersi con la mente fino al punto, ma che veniva sopraffatto dall’angoscia prima di arrivarvi.
Quel ch’era peggio, più s’intestardiva, più il senso di angoscia si faceva duraturo, fino a permanere anche dopo il risveglio ed a compromettere le residue ore di sonno, mettendo a rischio la sua lucidità e la sua resa lavorativa durante il giorno.
Era come se, nella sua mente, ci fosse un segnale d’allarme che, quando lui si avvicinava al punto, strillava “pericolo”, “pericolo” sempre più forte, fino a svegliarlo… e questo lo faceva impazzire.
Da un lato, Egidio avvertiva che la “salvezza” stava proprio nel raggiungere quel punto, dall’altro che, raggiungerlo, lo avrebbe esposto ad un rischio mortale o peggio.
Era – tutti i siti erano concordi – segno evidente che il suo io (o il suo es? Boh) gli poneva davanti la soluzione di un problema ancora da definire ed il suo es (o il suo io? Boh) gl’instillava quella paura che gl’impediva d’impadronirsi della soluzione.
La faccenda, da seccante, stava diventando grave, almeno in termini di ore di sonno perse, quando Egidio s’imbattè in un sito che descriveva il sogno lucido.
Era possibile, cioè, sognare e sapere di stare sognando (differentemente da quanto accadeva nella maggioranza dei casi). Non solo. Era possibile influire e determinare l’andamento del sogno, il che, nel suo caso, voleva dire raggiungere quel puntolino maledetto.
Balzato rapidamente dalla solita enciclopedia on line fino ad un sito più specializzato (con tanto di forum), Egidio s’impadronì ben presto delle tecniche necessarie per indurre il sogno.
In effetti, in capo a meno di una settimana, era in grado di poggiare la testa sul cuscino ed indurre l’incubo.
Domarlo… beh.
Cominciò a seguire i consigli più disparati; dal bere certe tisane (ma fu costretto a smettere ben presto perché lo costringevano ad alzarsi fin troppo spesso per andare al bagno), allo scrivere, appena sveglio, un resoconto del sogno (sempre lo stesso del resto: tanto valeva fotocopiare le pagine del taccuino).
Provò ad affidarsi, con frequenza sempre maggiore (e direttamente proporzionale all’aumentare dello sconforto) persino ai consigli degli altri utenti; ne trovò solo uno che gli suggerì che, forse, era meglio lasciar correre: non si sapeva molto né del cervello né del mondo dei sogni o dei mondi ulteriori, né vi era chi potesse dire, con certezza, quali Potenze vi dimorassero oltre a quelle che la nostra presunzione credeva d’indovinare.
Stava per mandare a quel paese quel pomposo fanfarone, quando un tizio gli suggerì d’invocare Morfeo.
Ah… adesso erano arrivati a fare pubblicità agli strizzacervelli?
Prima di proporre ai gestori del sito di bannare quel laido procacciatore d’affari, Egidio decise di vedere chi cavolo fosse questo Morfeo.

- Morfeo, il dio del Sonno, era raffigurato con grandi ali che battevano senza far rumore. Morfeo, nelle sue apparizioni notturne, prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. -

Quando seppe che si trattava del dio del sonno rimase sorpreso… tanto che per un attimo fu tentato di approfondire la conoscenza e decise che si sarebbe documentato meglio leggendo i fumetti di Neil Gaiman (i saggi sui Sogni, no, voleva farsi passare il mal di testa, non farselo venire).
Ora come ora (e, quanto all’ora, era mezzanotte passata) tanto valeva provare… sì, ma come s’invocava Morfeo?
Per un po’ Egidio stette lì, indeciso sul da farsi, ma, dopo aver consultato ben tre pagine web senza trovare nulla di interessante, riflettè che, dopotutto, Morfeo era un dio e quindi doveva essere abbastanza intelligente da comprendere una qualunque invocazione… e poi, fatto da non trascurare, mica esisteva.
- Mor - disse (meglio non mostrarsi troppo riverenti) - Mor, dammi una mano, va’ – mormorò, prima di poggiare la testa sul cuscino.

Il sogno cominciò come tutte le altre volte: il biancore universale, accecante e oppressivo, il minuscolo punto che appariva da qualche parte, l'insopprimibile angoscia che di lì a poco l'avrebbe sopraffatto costringendolo a svegliarsi...
E invece no.
Stavolta, dopo la comparsa del puntino, Egidio avvertì una sensazione nuova e solo qualche secondo dopo averla avvertita né poté determinare la natura.
Vento tra i capelli e sul viso, che soffiava contro di lui.
Era – Egidio lo comprese mentre una nuova, seconda impressione si affacciava alla sua mente – una sensazione di movimento e il suo cervello, non potendo tradurla in termini migliori, aveva fatto ricorso alla sensazione tattile che si prova muovendosi ad alta velocità.
Egidio non era sicuro che potesse esserci vento, lì dove si trovava; se per questo non era neppure certo di potersi muovere, non in senso fisico, almeno, ma non c'era tempo di analizzare la situazione.
Quello che ora, a parte il vento in faccia, percepiva, era la netta sensazione che il puntino, che tanto lo aveva ossessionato nelle notti precedenti, fino a togliergli il sonno, non era più un puntino, ma un punto, anzi una macchia di dimensioni ben definite o definibili ed una sagoma ben precisa.
Era lì che si stava muovendo, ora, e il fatto che fosse in una dimensione onirica, o forse mitica (almeno gli suggerì così una parte della sua mente, la stessa che, probabilmente, gli gridava in continuazione “pericolo, pericolo”) non diminuiva affatto la realtà della percezione, anzi, forse, in qualche strano modo, l'acuiva, proprio come erano acuiti i sensi di certi personaggi di Poe nei racconti che aveva letto da ragazzo.
Era come se, in qualche modo, in quello strano spazio adimensionale, la sua mente avesse più poteri, più capacità, di quanto non accadesse nella vita che era abituato a considerare normale.
Se così non fosse stato, difficilmente avrebbe potuto sostenere lo shock derivante dalla scoperta, graduale, ma non sufficientemente graduale della natura del puntino.
Aveva bordi non del tutto regolari e una superficie non del tutto liscia.
Non era neppure un punto, a dirla tutta, ma piuttosto una struttura non perfettamente circolare di colore scuro, vagamente bruno o rosato, al centro della quale svettava un oggetto simile ad un rozzo, smussato pinnacolo.
Insomma, per quanto assurdo, sorprendente potesse essere, l'oggetto che tanto l'aveva angustiato negli ultimi mesi e che, sepolto in quel biancore universale, l'aveva condotto in una zona pericolosamente vicina alla pazzia, altro non era che un capezzolo.

Il dolore alla parte bassa della schiena, conseguenza fin troppo prosaica della caduta dal letto, lo riportò alla realtà. 
Si accorse di tremare come una foglia e, con fatica, aggrappandosi alle coperte, cercò di riguadagnare il letto.
- E' finita - ( gli suggerì una voce nella sua testa) – la stessa che gli gridava pericolo, pericolo.
Egidio si alzò faticosamente in piedi, avvertendo la familiare sensazione che ci coglie quando, pur essendo ancora l'incubo ben presente nella nostra mente, già abbiamo la netta sensazione che, ben presto, giusto il tempo di bersi un paio di bicchieri d'acqua, il terrore passerà.
- È finita – ( ripetè la voce e, anche se, a ben guardare, poteva essere un'affermazione ambigua, Egidio ebbe la totale, immediata certezza, che era così. L'incubo non sarebbe più tornato).

Oh, certo, avrebbe percorso buona parte dei giorni a venire domandandosi da dove giungesse la visione di quel capezzolo (forse Edipo c'entrava qualcosa, dopotutto), ma il sogno, come tale, non l'avrebbe più tormentato.
- Saranno i tuoi giorni ad essere tormentati, piuttosto – ( gli disse la ben nota voce) – finche non lo troverai... non lo troverai in quella che ti ostini a chiamare realtà. 
Egidio avrebbe chiesto ben volentieri a quella misteriosa voce che cosa significassero quelle parole, ma, dopo quella strana … profezia? Non l'avrebbe udita mai più.
Era finita, dopotutto.

Quattro mesi dopo la straniante visione del capezzolo, Egidio si trova, agli inizi dell’estate, nei rilassanti giardini della piscina comunale del suo paese.
Mentre sorseggia un’aranciata amara su una sedia di plastica, nota davanti a lui un’avvenente signora dai capelli ramati che si crogiola al sole, coperta solo da uno strettissimo due pezzi.
Si è addormentata e un capezzolo le sfugge dall’elemento superiore del bikini, ingrossandosi lentamente, in virtù dell’azione dei raggi solari.
Egidio assiste a quello spettacolo casuale come ad un evento mistico, un’epifania della carne e nel contempo una profetica realizzazione del suo sogno.
Il sangue gli scorre in circolo, pulsante e veloce.
Un uomo muscoloso e barbuto si avvicina alla splendida donna e si siede nella sdraio vicina, aprendo un giornale.
Anche lui decide di coprire il suo sguardo indiscreto e indecente con una rivista e inforcando gli occhiali da sole.
Non riesce a distogliere la sua visuale da quel piccolo dio bruno, turgido, imperlato da un piccola gocciolina di sudore.

Egidio, il giorno dopo assume un investigatore privato e in breve tempo viene a sapere il suo nome (Elettra), l’indirizzo, il numero di cellulare e la e-mail.
Riesce anche a scoprire i siti che frequenta e decide di agganciarla in un forum letterario dove Elettra, coperta dal nick Eros&Thanatos, scrive delle eccitanti poesie erotiche.
S’iscrive anche lui col nick GiovanniDon666 e l’abborda in chat:
- Ciao Eros, sono Giovanni, dov’è Thanatos? Spero il più lontano possibile, ahahhaha!
- E’ in giro, ha sempre tanto da fare e mi lascia sempre da sola. Sapessi come mi annoio.
Sono costretta a immaginarmi nelle poesie, quelle delizie che nessuno mi
vuole donare.
Ti piace la lirica erotica, Giovanni?

Da quel favorevole momento Egidio prende a martellarla con la chat, i messaggi privati e gli SMS sul cellulare, e dopo un paio di giorni riceve un invito a cena.
Il suo nome è Elettra e non Eros ( Egidio lo sa già) e suo marito Thanatos si chiama Aiace ( anche questo è noto), e come al solito, sarà via per lavoro.

- Egidio, non penserai male di me, vero? Non sto forzando troppo i tempi?
- No, Elettra, è quello che ho sempre voluto, da quando sono nato.

La cena a lume di candela è stata davvero un evento speciale.
Lei, fasciata in un aderente e attillato vestito rosso fiamma, comincia a baciarlo avidamente, mentre lo stereo accompagna la loro passione con un sensuale “Smooth operator” di Sade.
Le loro mani stanno cercandosi e rovistandosi in ogni angolo.
Lei s’inginocchia davanti a lui e comincia a slacciargli, impiegando tempi lenti quanto sapienti, la cintura dei pantaloni.
Una possente erezione possiede l’intero corpo di Egidio.
Lei ora giochicchia con la lampo dei pantaloni, dove i dentini stanno per sganciarsi sollecitati dalla troppa tensione.
Egidio la guarda in estasi, col pensiero fisso, sempre rivolto al momento di gioia suprema, quando riuscirà finalmente a contemplare i suoi capezzoli.
Lei di scatto si alza in piedi e si porta l’indice sulle labbra:
- Ora tu resti fermo qua, e non ti muovi fino a quando non te lo dico io.

Flessuosa come una gatta in amore, Elettra si dirige verso il divano del salotto.
Si gira verso Egidio e con una rapida mossa si libera del vestito.
Sotto è completamente nuda e questo Egidio lo aveva già ben intuito durante quella serata eccitante.
Vede i suoi capezzoli che puntano dritti verso di lui e sente il suo membro che sta per esplodere di pura gioia seminale.
Lei si rigira e si mette sul divano col sedere all’aria.
- Ti piace la posizione “ More ferarum” Egidio? Ti piace farlo come lo fanno gli animali?
Mente sta per disobbedire al suo comando, a ogni ordine e a ogni Autorità, per calare su di lei come un’aquila affamata di preda, sente un “click” dietro la sua nuca.
Sente sulla nuca la fredda canna di una grossa pistola automatica, dal cane armato.

Una terribile, enorme mano guantata di nero pelle, lo prende facendogli male la spalla destra e un vocione noto lo terrorizza a morte:
- E bravo il nostro Egidio, vuoi scoparti mia moglie, eh?
- Senta signor Aiace, non sia impulsivo, possiamo parlarne da uomini civili e pacifici.
- Ah, ah, ah, oltre che uno stronzo sei anche un comico, ma bene, davvero divertente.
Hai messo mia moglie alla pecorina su un divano per infiocchettarla e mi
parli di civiltà e di onestà? Elettra, ma dove l’hai trovato questo coglione? Ahahhahahha!
Aiace prorompe in una orribile risata a metà tra Bud Spencer e Polifemo con la gola imbrattata dei cervelli dei compagni d’Ulisse, mentre comincia e tirare i capelli di Egidio.
Il suo cuoio capelluto esplode in migliaia di atroci dolori, trafitto da migliaia di spilli incandescenti.
- Ti piace scherzare vero, pezzo di merda? Adesso ti suggerisco io un bel gioco erotico: allora, scegli, prendi Elettra alla pecorina e te la trombi quanto vuoi e fino a quando resisti e poi ti faccio esplodere il cervello, oppure ti inginocchi, mi lecchi le suola delle scarpe da verme quale sei e te ne vai sano e salvo e non ti fai più vedere.
Hai dieci secondi per scegliere: meno dieci, nove, otto, sette…
- Ho scelto signor Aiace, voglio far l’amore con Elettra!
- Sei un duro, eh? Avanti, andiamo, lei ti aspetta e sei già pronta, vero amore? Un’altra testa di cazzo ti esploderà sulla schiena, lo so quanto ti piace, maialina! Un altro cranio sfondato per la tua collezione, gattina!

Elettra si dimena oscenamente sul divano:
- Dai amore, portami qua quel cretino e ammazzalo come un cane mentre vengo! E poi decapitagli quella testa di cazzo esplosa!

Aiace lo spinge senza complimenti verso Elettra ed Egidio scopre che la rischiosa situazione ha reso la sua voglia e la sua erezione ancor più vigorosa.
Si toglie i pantaloni, preso da una foga incontenibile e prende Elettra all’istante.
Comincia a muoversi dentro di lei come un indemoniato, sudando copiosamente e mugugnando dal piacere come una scimmia, mentre Aiace lo tiene sempre ben saldo per la capigliatura.
Lei danza intorno al suo membro con un ritmo circolare e sussultante che esalta la sua estasi all’inverosimile.
Poi, all’apice del piacere Egidio viene. Schizza il suo seme nel corpo di Elettra, urlando come una belva ferita, mentre stringe i suoi capezzoli eccitati.
Un colpo di pistola parte e schianta il lampadario del salotto.
Elettra gode: il suo corpo sussulta come un terremoto, mentre emette dei gridolini convulsi come una posseduta.
Aiace lascia la pistola e con pochi, decisi colpi si masturba e viene sulla schiena di Elettra, il volto scolpito nella digrignante, paurosa smorfia del Desiderio.





FINE

© a cura di Rubrus e il Moscone




permalink | inviato da ilMoscone il 24/2/2012 alle 7:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
18 febbraio 2012
L'ETERNO RITORNO - esperienza inenarrabile -

“ Il sentimento della natura dei Greci è molto più affine a quello religioso di quanto non lo sia il nostro. Per noi il dato principale è sempre l’essere redenti dall’uomo…
Io ho scoperto la grecità: essi credevano all’eterno ritorno!
Questa è la fede dei misteri!”

Friedrich Nietzsche, Frammenti Postumi dell’estate 1883 (8-15)

- I pulli tentano i primi voli - video artigianale del Moscone -

In questo post voglio presentare la mia esperienza dell’Eterno Ritorno, senza rivelarla a parole, così come era prescritto dalle radicali proibizioni degli ierofanti dei Misteri di Eleusi.
Dirò solo che sono un appassionato cultore della mountain-bike e che ogni anno, tra fine marzo e inizio aprile, in primavera, mi reco ad ammirare lo spettacolo religioso delle cicogne che allevano i loro “pulli”, la loro discendenza, fino a quando non prenderanno il volo.
Si tratta di una popolazione di cicogne bianche stanziali (che fanno da punto d’orientamento e di riferimento a quelle migranti), insediatasi nel mio parco locale, grazie alla cura di uno sparuto gruppo di volontari e animalisti.
Le cicogne sono capaci di cure materne e parentali che è difficile descrivere.
Le uova vengono covate da entrambi i genitori (le cicogne sono saldamente monogame) per 35 giorni, con un impegno e una tenerezza che mi ripeto, non so narrare.
I pulli vengono in seguito cresciuti e accompagnati al primo volo per altri 70 giorni circa, fino al momento del primo grande, immenso, emozionate balzo verso il cielo.
E’ stato in quei giorni d’osservazione che ho sentito e intuito la bellezza e l’eternità dell’energia vitale del Cosmo che abitiamo da ospiti e non da padroni.

Se ci sono dei padroni, quelli sono le cicogne,ma a loro, vi assicuro, non frega niente di essere Signori della terra. Sono troppo occupate a insegnare a volare e a sfamare e a pulire i propri pulcinotti.
Da qui mi tappo la bocca, il resto non lo posso comunicare, come ben sapevano a Eleusi.
Vi lascio delle foto, della musica e una citazione.
Augurandovi gioia e fede nell’Eterno Ritorno.
La morte non è la fine di tutto, ma solo l’inizio del Tutto.

http://www.youtube.com/watch?v=H_mOPzjuKjw


“ La questione primordiale non è per nulla di sapere se siamo contenti di noi stessi, ma se, per principio, siamo contenti di qualsiasi cosa.
Posto che noi diciamo sì a un solo istante, con ciò abbiamo detto sì non solo a noi stessi, ma all’esistenza intera.
Perché nulla è separato da nulla, né in noi stessi, né nelle cose; dunque se la nostra anima, in un istante, ha, come una corda, vibrata e risuonata della gioia di vivere, allora tutte le eternità erano necessarie perché quest’unico avvenimento avesse luogo.
E tutta l’eternità era, in questo solo istante del nostro sì, consentita, salvata, giustificata, affermata.”
(Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi)

“ Vedere un mondo in un granello di sabbia
Un cielo in un fiore selvatico
Tenere l’Infinito nel cavo della mano
E l’Eternità in un’ora.”

William Blake, Gli auguri dell’Innocenza.




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CULTURA
16 febbraio 2012
RITORNO A ELEUSI (portate rispetto a Madre Grecia, speculatori!)

- il venerabile Santuario di Eleusi -

“I santissimi misteri (di Eleusi) che assicurano la protezione del genere umano”: così afferma nel 364 d.C. il proconsole di Achaia Pretestato, opponendosi all’interdizione dei riti notturni decisa dall’imperatore Valentiniano.
Zosimo, tardo storico del V secolo, tuttavia non cristiano, riferisce anche lui la famosa credenza dei greci, riportata per tutta l’antichità:
“ Essi credono che i loro Misteri di Eleusi tengano unito il genere umano."
Il pensiero spirituale greco concepì l’idea straordinaria e sublime, aurora della nostra civiltà occidentale, di un culto dal cui esercizio e dalla cui continuità mantenuta con profondo rispetto, doveva segretamente dipendere la coesione, l’unità di tutto ciò che era umano: senza questo Mistero, senza Eleusi, la sacra Koiné di tutti coloro che alzano lo sguardo veneranti agli dei, sarebbe precipitata nel caos.

Fino a ora c’è stata solo un’Europa, il greco ellenistico o koiné, l’antico dialetto greco che formava la terza tappa nella storia della lingua greca antica.
Fino ad adesso c’è stata una sola vera Europa: i valori sacri espressi dentro il sacro recinto di Eleusi.
La festa dei Mysteria si svolgeva due volte ogni anno.
I Mysteria minori erano celebrati nel mese di Anthesterion (da metà febbraio a metà marzo) ad Agrai, un sobborgo di Atene. Avevano la funzione di purificazione preliminare con abluzioni nel fiume Ilisso.
I Mysteria maggiori erano celebrati nel mese di Boedromion (da metà settembre a metà ottobre) a Eleusi, una città a circa venti chilometri a nord-ovest di Atene, sul golfo Saronico, di fronte all'isola di Salamina.
I Mysteria non potevano essere celebrati al di fuori di Eleusi, luogo prescelto dalla dea Demetra. Pertanto non fu possibile alcuna diffusione del culto al di fuori del luogo consacrato, in contrasto con altri tipi di sacro mistero.
L'atto rituale nei Mysteria non si eseguiva sull'immagine cultuale della divinità, ma sulle persone che partecipavano alla festa. Il mystes, l'iniziato, subiva i misteri, ne era oggetto, ma nello stesso tempo ne era soggetto.

I Mysteria erano la festa dell'entrata nell'oscurità e dell'uscita verso la luce.
Il rito era composto di dròmena (cose fatte), legòmena (cose dette) e deiknùmena(cose mostrate).
La segretezza dei Mysteria consisteva nell’indicibilità dell’esperienza (pathein), indipendentemente dalla volontà dei partecipanti al culto. Il divieto di esplicitare le forme del culto si aggiunse a questa indicibilità fondamentale. Chi divulgava i segreti dei Misteri era condannato a morte e forse per questo, abbiamo solo sporadiche e frammentarie testimonianze sui Sacri Misteri e nessun resoconto completo e definitivo.
Non si aveva apprendimento (mathein) che all'inizio, poi si trattava di un mutamento di coscienza (diathetenai). Nei dromena e nei legomena, venivano raccontati e recitati i sacri miti di Demetra, la Madre Terra e sua figlia Kore/Persefone e quelli di Dioniso, il figlio di Persefone e di Zeus, ucciso e sbranato da Titani e poi risorto. Il culmine di queste prime due fasi era dato dalla presentazione della spiga di grano da parte dello ierofante, che veniva mostrata in silenzio agli iniziati. Il mystes pronunciava allora queste parole: "Piovi!",

guardando il cielo, e "Porta frutto!", guardando la terra.

Sull’ultimo passaggio, quello del pathein, dello sperimentare soffrendo e imparando sulla propria pelle, non sappiamo quasi niente. Sappiamo solo che avveniva una selezione e a questo punto potevano accedere solo in pochi. Una strada, detta Via Sacra, univa Atene ed Eleusi. All’inizio dei Misteri, tutti i cittadini greci potevano percorrerla, ma solo pochi sarebbero stati ammessi al recinto sacro per la prova del pathein. L’ultima azione cultuale di cui abbiamo conoscenza, è la somministrazione di una bevanda, il Ciceone, a questi pochi iniziandi rimasti.
Mescolanza di orzo triturato, acqua e menta, il ciceone è la bevanda che ristora Madre Demetra nella ricerca di Kore, sua figlia rapita dal dio della morte e degli inferi, Ade. Ciceone è anche chiamato il filtro con cui Circe tenta di stregare Ulisse, e perderlo: solo che qui ai suoi ingredienti base si aggiungono vino, miele e spezie magiche. A decidere se il ciceone sia di Demetra oppure di Circe era l’intima natura dei bevitori. La pozione rivelava l’anima profonda dell’iniziato e, se non era solo un miserabile materialista, si apriva alla rivelazione finale dei Mysteria: l’Eterno Ritorno.

In un frammento scritto nel 1883, Nietzsche, uno dei più grandi ierofanti di Demetra e di Dioniso della storia dell’occidente, dichiarò di aver scoperto il segreto della grecità. I Greci credevano nell’eterno ritorno, perché la fede dei Mysteria significa appunto questo. Il vertice della grecità sta tutto in quell’estasi collettiva, nella conoscenza mistica di Eleusi, dove tutti percorrevano la Via Sacra da Atene a Eleusi e pochi iniziati arrivavano a comprendere l’Eterno Ritorno.
Chi di voi volesse penetrare i significati dell’Eterno Ritorno, non mi chieda aiuto. Il segreto di Eleusi, il pathein è nascosto nelle vostre esperienze, nella vostra intima natura di bevitori, il Ciceone che effetto potrebbe farvi?
E infine è nascosto negli scritti di Nietzsche. Se i Mysteria vi hanno preso, non avete che da leggerli, studiarli e sperimentarli, dall’inizio alla fine. Io non divulgherò mai il segreto dell’Eterno Ritorno; l’ho provato e lo tengo occultato in me; la pena per la sua pubblicazione è la follia o la condanna a morte. Mi sono limitato a indicare la Via Sacra a chi vuole tentare di percorrerla.

Questo scritto ha un’altra finalità, la mia bocca sul segreto dei Mysteria resterà cucita. Io, uno degli ultimi ierofanti di Demetra e Dioniso, lancio la mia maledizione contro gli speculatori economici che stanno distruggendo la sacra Madre Grecia.
Invoco contro di voi i poteri dei sacri dei Demetra e Dioniso, perché state facendo dei santi luoghi, dove sono stati celebrati i Misteri che salvavano e tenevano unito il genere umano (e che un giorno torneranno a essere celebrati) delle terre di miseria e di dolore, in nome del vostro Idolo d’oro sporco di sangue umano e di contanti informatizzati.

Siate maledetti!

Piovi! Porta frutto!




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CULTURA
13 febbraio 2012
LA FARMACIA DELL’ANIMA - II- - Un brano di Montaigne -

L’altro giorno incontro un mio vecchio amico che faceva il libraio.
Ora lavora come commesso in una grande catena di prodotti multimediali.
Mi racconta delle grottesche imposizioni cui deve sottostare per mantenere il posto di lavoro.
Mai riferirsi al megastore come “libreria”.
Mai disturbare il cliente presentandogli nuovi volumi, se lui non lo chiede.
Mai fare apprezzamenti sui libri richiesti dal cliente, o peggio ancora intavolare una conversazione con il consumatore, ma limitarsi a cercarli in modo asettico e impersonale sugli appositi motori di ricerca, e se non sono in giacenza, provvedere al loro sollecito ordine.
Dopo aver proseguito, tra un caffè e qualche bestemmione, in questa sorta di catalogo della morte del libraio e del contatto umano nella cultura, forse per vendicarsi inconsciamente, ma non troppo, delle mie indagini indiscrete, mi rifila una di quelle belle sentenze mortali:
- Mauro, tu dici che scrivi solo per te stesso, ricordati però che nel mondo dell’editoria com’è adesso, non conterai mai una cicca.
Nel sistema dove lavoro io, conta solo chi vende la sua opera come un qualsiasi prodotto col codice a barre.
Chi scrive senza farsi pagare è come se fosse morto.
Tu sei un autore nel momento in cui ti metti anche solo cinque euro in tasca, in cui ti fai pagare anche solo un centesimo, se no sei un fallito.
La tua opera equivale all’SMS di un adolescente infoiato per una compagna di banco di facili costumi.
Sparata la condanna, l’amico si mette il cappotto e torna al lavoro nel suo megastore.
Torno a casa e mi sento pieno di gioia: quando mi danno del fallito, è il segno che sono sulla strada giusta.
Nel senso che sono sulla “mia” strada, immerso nella presenza della “mia” vita.
Quando vi danno dei falliti, è perché vi vogliono chiudere nei loro recinti, fateci caso. E voi siete ancora in tempo per scuotere la polvere delle vostre scarpe, e lasciare con un palmo di naso i “riusciti” alle loro vanaglorie.
Dato che il mio amico è stato particolarmente maligno (me lo sono meritato, perché sono il solito Moscone stracciapalle che conoscete), prendo un medicinale molto potente dalla mia farmacia, Saggi di Montaigne, Libro III, Capitolo XIII, secondo libro dell’edizione Adelphi:
“Noi siamo dei gran pazzi: - Quel fallito ha passato la vita nell’ozio – diciamo.
- Mi sento triste, non ho fatto niente oggi. –
Come? Non avete vissuto? Ma cosa dite! E’ non solo la vostra occupazione fondamentale, ma la più sublime.
- Ma se mi avessero messo in condizione di compiere grandi imprese, avrei mostrato al mondo quel che sapevo fare. –
Ma andiamo, avete saputo meditare e regolare la vostra vita? Avete compiuto l’impresa più grande di tutte…
Comporre i nostri costumi è la nostra missione, non comporre dei libri, e conquistare non battaglie e provincie, ma l’ordine e la serenità della nostra vita.
Il nostro grande e glorioso capolavoro è vivere a modo nostro, come si deve…
E’ una perfezione assoluta, e quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere.
Il farmaco fa rapidamente effetto, un effetto che produce pensiero e il mio amico maligno viene in pochi secondi dimenticato.
Sì, affannatevi pure a comporre e a vendere i vostri volumi come scatole di preservativi, se vi rende felici!
Sì, considerate pure artista solo chi riesce in qualche modo ad alleggerire le tasche del suo prossimo, se vi da gioia…
Io che sono un fallito e che non guadagno un solo centesimo da quello che penso e scrivo me ne sto qui a modo mio, vivendo nel momento presente come se pieno di meraviglia vedessi il mondo per l’ultima volta o per la prima volta, come se vivessi per l’ultimo giorno sulla terra.
Essere qui è splendido, col mio Montaigne.



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CULTURA
11 febbraio 2012
LA FARMACIA DELL’ANIMA - Quando le parole durano solo mezz’ora -

Quando le parole durano solo mezz’ora

“Numerosi sono quelli che s’immergono interamente nella politica militante, nella preparazione della rivoluzione sociale.
Rari, rarissimi quelli che, per preparare la rivoluzione, se ne vogliono rendere degni.”.
G. Friedmann, in P. Hadot, "Esercizi spirituali e filosofia antica":

Questa è la situazione di partenza: tutto ciò che scriviamo oggi, mi sembra che si trasformi in un indistinto brusio inconcludente.
Questo nuovo Medium del Web, com’è stato impostato finora, ha il potere di neutralizzare ogni spirito critico, e si osserva la presenza invadente di un elemento paradossale: Internet ti lascia la massima libertà d'espressione ben sapendo che non sortisce alcun effetto (almeno nel breve periodo), un po' come accade in Europa a ogni sistema democratico, dove all'apparenza sembra che a decidere sia il comune cittadino ma in realtà non conta nulla. I nostri diritti democratici sono stati esautorati dall’economia e la nostra capacità di essere soggetti politici è diventata pari allo zero. Questo lo possiamo notare dalla scomparsa della censura e dall’instaurazione di una nuova forma di controllo di massa: l’Indifferenza totale del consumismo.
L’affluenza nel Web di migliaia di messaggi uno uguale all’altro, livella ogni tentativo di critica e stronca sul nascere ogni progetto di rivolta costruttiva.

La parola della poesia e della letteratura conosce nel nostro tempo una svalutazione che non si era mai verificata nella storia dell’umanità.
Questa nuova situazione comporta da parte nostra, autori dilettanti, qualunque sia il nostro pubblico o il nostro talento o la nostra preparazione, la ricerca di nuove soluzioni.
Per quanto mi riguarda, non smetterò di comporre e proporre le mie storie, anche se lo farò solo per me e per pochi amici, senza altre vane illusioni.
Consapevole del fatto che anche le mie parole durano solo mezz’ora, come quelle di tutti.

Mi propongo con questa rubrica di cominciare un lavoro culturale nuovo, adeguato alla situazione in cui tutti viviamo.
Cercherò di edificare una farmacia dell’anima, dove gli scaffali sono riempiti con parole che non passano nel giro di una mezz’ora, quando va bene.
Oggi la letteratura, per colpa soprattutto degli editori a pagamento che hanno eliminato le figure imprescindibili dei librai e della diffusione indiscriminata e senza controllo qualità degli e-book, è diventata mero intrattenimento e comunicazione immediata, in stile SMS.
Si lamenta la perdita tragica della DURATA di uno scritto.
Ogni espressione deve essere breve, di rapida scorsa, di veloce scorrimento e assorbimento.
La scrittura deve adeguarsi ai video giochi, in sintesi.

Nella mia farmacia voglio recuperare alcuni passaggi basilari della letteratura d’ogni tempo; frasi e periodi fondamentali da assumere lentamente e da far sciogliere nel pensiero col massimo tempo di assimilazione digestiva.
Saranno frasi brevi, certo, anch’io sono assoggettato ai tempi tirannici del Web; ma, lo vedrete, hanno UN PESO SPECIFICO diverso e sono sicuro che lo soppeserete.

Cominciamo dalla madre di tutte le storie, l’Odissea, il libro che da trent’anni tengo sul comodino come un Totem.
Ulisse, dopo un ventennio di guerre e guai assortiti, ritorna finalmente a casa sua, sull’isola di Itaca, e chi ti trova?
Un branco di figli di papà, meglio conosciuti come Proci, i quali si sbafano, senza conoscere la vergogna, tutti i suoi beni.
Come se non bastasse, cercano d’accoppargli il figlio Telemaco e d’insidiare sessualmente la fedele moglie Penelope.
Non è tutto.
Per aspettare il momento giusto e liberarsi di questi osceni parassiti, è costretto a travestirsi da mendicante e sopportare ingiurie e umiliazioni indicibili, tra le quali, il doversi battere in un duello letale con un altro accattone operante nel suo palazzo reale, per aver il privilegio di poter divorare dei miseri avanzi, gettatigli in terra come se fosse un cane bastardo, dagli sciagurati Proci.
E in questo momento disperato, in cui la vera identità d’Ulisse, – di padre e marito, d’eroe di guerra e di grande esploratore- è negata tragicamente dall’avidità criminale dei raccomandati rampolli d’Itaca, il Re dell’isola si dà forza, si sostiene, s’incita con queste semplici e intense parole:
“Cuore mio, sopporta. Hai provato un dolore ancor più grande il giorno che il pazzo Polifemo divorò tanti tuoi valorosi compagni, e tu sopportasti in silenzio, affinché l’astuzia ti permise di uscire da quell’antro in cui già credevi di morire”.
In questo modo l’eroe che ha affrontato eserciti, peripezie, mostri, Streghe ed è sceso anche nell’Ade, s’impone la rinuncia, il silenzio, il saper aspettare il momento propizio per riprendere in mano il proprio Destino.
Una lezione immortale, indimenticabile anche per noi, esseri senza Fato che lottiamo per il diritto incoercibile di assomigliare a noi stessi, contro tutto ciò che è “normale”, "conforme" e “omologato”.

Cuore mio, sopporta.




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CULTURA
6 febbraio 2012
QUEI CARI AMICI DI MAIL

Eccoci alla mia terza e ultima proposta creativa, antidoto finale all’inarrestabile decadenza dell’arte dello scrivere.
Ah, l’epistolario via mail! Quale magnifico strumento di conoscenza e di manifestazione del proprio stile e del proprio pensiero, riflesso nello schermo psichico dell’Altro! La colonna dorsale invisibile della grande letteratura!
Prassi perfetta della ricerca interiore del Sibi Scribere e perfetta realizzazione del Consorzio Autori Indipendenti, l’unica finora che abbia visto in pratica!

In sette anni di scrittura Web ho allacciato e sviluppato almeno una cinquantina di relazioni epistolari mail, considerando anche gli scambi di vedute tramite messaggi privati e chat nei siti letterari.
Possiedo una mole di messaggi mail dalla quale potrei ricavarne una decina di libri molto interessanti.
Strumento formidabile per avvicinare anime affini e testare improbabili cialtroni, quello delle mail.
Grazie all’epistolario digitale ho imparato a dividere il grano dalla pula, e col passare del tempo in modo quasi infallibile.
Ho imparato a riconoscere quello che frequenta i siti letterari solo per rimorchiare o perché è solo come un cane e non sa come cavolo impiegare il nulla che soffoca la sua vita, il “cacciatore di gonzi”, il temibile maneggione che vorrebbe spillarci euro per farci pubblicare con la sua inesistente casa editrice a pagamento virtuale; gli attaccabrighe di professione e i tantissimi – un mare nell’oceano Web –narcisisti nati, i pallosissimi artisti “incompresi”, per i quali “io sono io e voi non siete un cazzo”.
Una commedia umana variegata e di formidabile impatto espressivo; ah, se avessi gli appoggi giusti, ne verrebbe fuori un ritratto tragicomico al fulmicotone! Un libro meglio di quelli di Fantozzi!

Molti amici di mail sono svaniti, altri sono rimasti per sette anni, altri vanno e vengono come le nubi e le onde del mare, come è naturale che sia.
La vita vera scorre come un fiume, ignara delle tastiere e dei computer.
I rapporti epistolari sono una delle poche cose che si salva della fantomatica rivoluzione informatica, insieme, forse, all’accesso a una vasta acquisizione di nozioni, che spesso però, si rivelano false e controproducenti.
In verità, ormai tutti lo sappiamo, più conosciamo e meno “sentiamo”, più pubblichiamo i nostri affannosi e-buukki e meno proviamo desiderio per leggere letteratura d’alta qualità. La prima fase entusiastica del Web è finita: resta soltanto l’indistinto brusio delle proposte di contratto editoriale a esclusivo vantaggio dei cacciatori di gonzi e le pippe infinite dei narcisisti all’opera.

La prima fase della navigazione in Internet, dove tutto IN AUTOMATICO era meraviglioso, nuovo e interessantissimo E' FINITA. Siamo ora nella terribile fase del suo massimo sfruttamento commerciale.

In qualche caso poi, la relazione per via mail è sfociata in una gita insieme in un museo o nella natura o in una grande libreria ed è lì che ho compreso i limiti e la grandezza di questa faccenda del Web.
Se questo nuovo medium aggrega anime affini per farle incontrare SULLA STRADA E NELLA VITA, per combinare uno scambio di potenziale umano, un progetto culturale concreto o anche solo un’apertura onirica verso un nuovo orizzonte, allora ha davvero un grande valore; se è solo la discarica di milioni di autocompiacimenti globali, il buco di cesso delle loro frustrazioni, non serve assolutamente a niente.

Recentemente abbiamo scoperto la favolosa quotazione in borsa dell'azienda di tale Zuckerberg, dal nome mi pare Facebook.
Orbene sto Zucchemberger ha guadagnato DIECI CENTESIMI MOLTIPLICATI PER GLI OTTOCENTO MILIONI DI FREQUENTATORI DI STO FAZEBUUK.
Il buon Zukke ha creato un archivio di gusti umani tendente al basso e all'infimo mediocre, consultabile da chiunque voglia farne commercio. Niente d'illegale certo, e niente di così diabolico in fondo, mi direte.
Se sono tutti in preda al delirio del narcisismo e qualcuno ci guadagna miliardi di dollari è giusto, no, corifei del migliore dei mondi possibili?
No, che non va bene, carissimi e lo dico proprio grazie a quello che imparato dai miei amici di mail!
La scrittura Web può essere un’altra cosa da Facebook, da Twitter, dagli SMS, dalle chat episodiche e senza costrutto alcuno.
Potrebbe essere ricerca della QUALITA', no?
E nella scrittura via mail c’è qualità perché c'è vera ricerca, scambio, trasfusione di VALORI CONDIVISI, sacri, vitali, nobili.
I rapporti epistolari schiaffeggiano il gregge smisurato di pecoroni umani che è venduto e comprato all'ingrosso ogni millesimo di secondo, senza rendersi conto della RICCHEZZA E DELLA FORZA che produce, e che gli viene quotidianamente ESTORTA; se trovassimo i modi e i mezzi collettivi per RIVENDICARE per NOI ESSERE SENZA DESTINO almeno un centesimo dei miliardi lucrati alla nostra partecipazione al Web, beh, al confronto, la rivoluzione cristiana, quella romantica e quella proletaria sarebbero delle barzellette da premier pedofili, ci potete scommettere.

E IL MONDO DEL WEB SAREBBE RIVOLTATO COME UN GUANTO!

Sibi scribere, il Consorzio Autori Indipendenti, il cerchio ermetico degli amici di mail: queste sono le mie armi per farti tremare, mondo di cartapesta, e un giorno, anche se nessuno si ricorderà di me, come è giusto che sia, TU CROLLERAI, infame vescica d’onagro, ricolma di vuoto e di escrementi.




permalink | inviato da ilMoscone il 6/2/2012 alle 6:47 | Versione per la stampa
CULTURA
2 febbraio 2012
CONSORZIO AUTORI INDIPENDENTI - Vie d’uscita dalla decadenza inarrestabile dell’arte dello scrivere.-

 Amicorum communia omnia

Tra amici non esiste il “mio” e il “tuo”. Pitagora.


Dopo l’accoglienza favorevole dimostrata alla prima via d’uscita, il Sibi Scribere, vengo a proporre una seconda alternativa costruttiva all’attuale situazione critica della letteratura digitale.
Ripeto sinteticamente qual è secondo me la causa principale della decadenza contemporanea della Litweb: con l’avvento degli e-book tutti scrivono e nessuno legge quello che creano gli altri e questo comporta IL CALO E L’ASSENZA DI DESIDERIO nel leggere e nello scrivere in modo creativo.
Il Consorzio che vado a proporre in questo post, è un laboratorio aperto e invito tutti a manifestare le proprie idee in merito, in modo propositivo e non nichilistico, per cortesia.

Comincio a esporre che cosa questa “Compagnia del Desiderio” –Tolkien mi perdoni - NON E’:
- Non è un altro Forum letterario: di queste forme d'aggregazione litweb ne nascono e ne muoiono migliaia al giorno. Cerchiamo qualcosa di meno effimero e consumistico, per favore.
- Il Consorzio non è un’altra forma di Editoria a pagamento: noi non chiediamo fittizie spese di segreteria per falsi concorsi-pacco; noi non chiediamo cifre esorbitanti per far pubblicare i libri dei nostri amici che sognano di presentare al mondo le loro opere; noi non siamo venditori porta a porta cacciatori di gonzi, come i troppi che ci girano intorno.
- La compagnia del desiderio non è un gruppo di sostegno a chi è afflitto da varie dipendenze.

Il Consorzio Autori Indipendenti si fonda su un’ESPERIENZA CONDIVISA e su un ideale collettivo.
L’esperienza a cui mi riferisco è quella che chiamo del “Daimon”, o della consapevolezza della propria Vocazione all’arte.
Il mito fondatore del Consorzio e di questa esperienza è l’antichissimo mito dello sciamanesimo di Er, tramandato da Platone. Vi propongo una mia sintesi:

“Platone ci racconta nel mito di Er, che le nostre anime, prima di venire al mondo, si scelgono un’Immagine in cui è impresso il Destino che avranno.
Prima di fare il loro ingresso nella vita umana, però, le anime devono attraversare la pianura del Lete (il fiume le cui acque danno l’Oblio), così che al loro arrivo/nascita sulla Terra, hanno dimenticato quell’Immagine di Sé.
Ritrovarla e realizzarla sarà la missione che spetta ad ogni essere umano, il lavoro più importante della sua vita.
Gli antichi greci e latini credevano che quell’Immagine primordiale si trasformasse in un Daimon, in uno Spirito personificato che in vita ci fa da stimolo, da guida e da promemoria , in modo che non ci dimentichiamo della nostra Vocazione, della nostra appartenenza a un’Immagine superiore.
Un Guardiano, un Angelo verrà poi chiamato dai cristiani, che ci aiuta ad adempiere quel Destino che ci siamo scelti prima di nascere.”

Il Consorzio si compone e si cementa con persone che hanno “ricordato” la loro Immagine scelta nella prenascita; singoli toccati dal fuoco di una Chiamata e di una Vocazione irrinunciabile all’arte.

Il Consorzio, in virtù di questa esperienza mitica condivisa, si propone l’ideale di sostenere l’Ispirazione dei suoi aderenti e di sottrarre il focus della loro passione all’isolamento contemporaneo e al consumismo truffaldino.

La “Compagnia del Desiderio” chiede ai suoi componenti di mantenere alta e risoluta la loro ricerca di una vita ispirata dall’Immagine originaria.

Il Consorzio Autori Indipendenti vuole lottare contro la morte del Desiderio indotto dalla massificazione globale odierna. Il Desiderio non è sfruttamento e godimento illimitato delle risorse e delle persone ma scambio, progetto comune, apertura di un nuovo Orizzonte e sguardo verso un’altra Stella.
Chi intende entrare in questo cerchio ermetico –non nel senso di dedicato a pochi eletti, ma di aperto a nuove prospettive, svolte, punti cardinali – lasci la sua adesione in questo post.
Se lo fa, s’obblighi a sostenere l’Ispirazione degli altri membri del Consorzio, tramite mail o altre forme che saranno suggerite dal suo libero istinto, temperato dal rispetto per la dignità d’ogni persona.
Se lo fa, rinunci per sempre a sfruttare economicamente i suoi consorti e si obblighi a rispettare la purezza della loro Chiamata. Giuri a se stesso di aiutarli e difenderli dai cacciatori di gonzi, dai gatti e dalle volpi umane troppo umane, dagli assassini di sogni.
Se lo fa, s’ingaggi nello sviluppo della Qualità dell’Arte e lotti con tutte le sue forze contro la massificazione e la proliferazione del mediocre, la banalità e il conformismo.
Non vi chiedo un giuramento, ma solo di diventare quello che siete.
Abbiate gioia.
Che tutto vada come voi
desiderate.




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CULTURA
2 febbraio 2012
SIBI SCRIBERE ( Vie d’uscita dalla decadenza inarrestabile dell’arte dello scrivere)


“Chi scrive per se stesso, scrive per un pubblico immortale”.
Emerson

Ieri sera, un mio amico di mail, Niki Lismo (lo chiamo così perché è un criticone , anche se molto stimolante e proficuo per le mie riflessioni), mi scriveva a proposito del mio racconto “Mefistofele e lo scrittore Litweb”.
- Mosco, guarda che ho capito bene che cosa vuoi dire tra le righe! Ti sei nascosto bene dietro all’ironia e alla metafora, ma il tuo attacco alla litweb contemporanea l’ho inteso alla perfezione! Non fare il furbo!
Tu vuoi esprimere il fatto che la letteratura di massa digitale, toglierà a tutti il desiderio di scrivere,eh eh eh, a me non la dai da bere!
Cara la mia grossa mosca, non sarebbe tempo che tu indicassi qualche via d’uscita alla decadenza dell’arte dello scrivere?
Criticare e distruggere è facile, è costruire che è difficile…

Mi sono impegnato di conseguenza col mio amico Niki, a proporre tre vie d’uscita all’incombente morte della letteratura di qualità:
- Sibi scribere: scrivere per se stessi.
- Consorzio Autori Indipendenti: la via collettiva, comunitaria e temo utopica.
- Il circolo iniziatico: scrivere per pochi eletti.

Scrivere per se stessi è senz’altro la via migliore, per non smettere di appassionarsi alla letteratura.
Quest’atteggiamento ha le sue profonde radici nella lettura.
Tutti gli scrittori geniali e profondi sono stati grandi lettori.
La lettura è l’altra faccia della medaglia della scrittura creativa, come il Desiderio lo è della Legge e la Notte del Giorno.
Nelle nostre società in continuo mutamento, sappiamo bene che sta a ogni singola persona costruire il senso della propria esistenza, l’architettura del Sé, il proprio ruolo, e tutto ciò mediante un processo costante di plasmazione individuale.
Anzi, col crollo delle ideologie, posso dire serenamente che la Società non esiste più.
Il culto della finanza è quanto di più asociale possa esserci, perché in economia la persona è interscambiabile come un prodotto di consumo o una merce, non è più unica e portatrice di valori e responsabilità.
E senza persone dotate di soggettività autonoma, non esiste la Società.
Noi oggi viviamo una sorta di anarchia mafiosa camuffata da socialdemocrazia, mascherata da finto umanesimo.
La lettura pertanto, riempie i vuoti di una Società inesistente e ci aiuta nella scoperta e nella costruzione della nostra personalità, e nell’apertura su altri contesti di appartenenza, su altre identità e nuovi orizzonti.
La lettura contribuisce a dare forma alle nostre pulsioni del desiderio, a elaborare un pensiero in proprio, a donarci quella libertà in sovrappiù che serve a spingerci oltre i sentieri di ferro tracciati dal Destino economico.
Ovviamente la lettura è solo un fondamentale momento passivo, reattivo della nostra anima, alla quale va abbinata la magia attiva del creare, dell’inventare, del dare forma.

Il lento lavoro di costruzione della propria identità si completa con lo scatto dell’immaginazione e della sua organizzazione narrativa.
Dopo aver elaborato le proprie immagini psichiche, queste si proiettano verso la dimensione dell’Altro in modo dinamico e propulsivo, nella prodigiosa trasfigurazione dell’atto creativo.
A questo punto, i mercanti che ci assediano cercano di trasformare i nostri atti creativi in merci e in denaro, rubandoci il nostro, perlopiù, come sappiamo bene.
Invece, e vi prego di seguirmi attentamente, perché qui sta il nucleo pulsante della mia proposta costruttiva: l’autore intelligente non scrive per nessun altro mercato che non sia LA PROPRIA ANIMA, cioè per la propria formazione, per poter anche da anziano provare piacere e soddisfazione di sé.

Chi sa leggere e scrivere per se stesso, trionfa ogni giorno sui criminali e patetici gatti e volpi che ci soffocano il cuore, e da Pinocchio ritorna a essere umano.




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IL CANNOCCHIALE